domenica 10 aprile 2016

1996 : LA RAPINA ALLE POSTE DEGLI UOMINI D'ORO,UN GIOCO DA BAMBINI HORROR TRA TORINO,TIRANA E BOLIVIA


È il freddo dicembre del 1996 a Tirana. La polizia albanese sta circondando la casa di un fuggitivo. È all’interno che dorme con la sua compagna e nonostante abbia fatto di tutto per rendersi irriconoscibile, le forze dell’ordine non hanno dubbi: a pochi passi da loro c’è “l’uomo d’oro”, rapinatore miliardario ed omicida.
Ci sono storie da film di cui abbiamo scritto, vicende cui Torino ha fatto da sfondo, degne della più inverosimile finzione. Molte volte con toni che sanno di dramma cinematografico, altre volte vere e proprie commedie. Questa è la bizzarra storia di una rapina rocambolesca, di un piano ben architettato, di trame ed orditi e di assassini. Questa è la storia degli “Uomini d’oro” e dei toni agrodolci che ne fanno uno dei fatti di cronaca più stupefacenti della storia d’Italia.
La vicenda di cronaca nera inizia sotto una luce quasi comica e con una clamorosa rapina il 25 giugno ’96. Il piano è geniale quanto semplice: durante il giro di raccolta dei sacchi contenenti denaro destinato alle poste, un gruppo di ladri effettuerà uno scambio, sostituendo i sacchi all’interno del furgone con altri contenenti ritagli di giornali e persino di alcuni numeri di Topolino.
La mente del piano era inizialmente Giuliano Guerzoni, autista delle Poste, residente a Strevi nell’ Acquese, personaggio noto nell’alessandrino per il suo “fare da playboy”, come riportano i giornali dell’epoca. Questi era in società col collega Enrico Ughini, cosa che faceva del duo un gruppo di ladri improvvisati e, a quanto pare, tutt’altro che scaltri.
“Credetemi, è un gioco da bambini – spiegava Guerzoni agli amici – basta sostituire i plichi con i quattrini ritirati dagli uffici postali con altri identici, ma pieni di carta straccia. Il giorno stesso partiremo per il Costarica.
Alla sostituzione avrebbe provveduto Ughini, nascosto nel cassone del furgone. A questo punto manca solo un complice, ovvero lo “scambista”, l’ impiegato che ritira materialmente i plichi e che li deposita nel vano del furgone. ” La scelta ricadde quindi su Domenico Cante, personaggio che lo stesso Guerzoni definì “un tontolone a cui però piacciono i soldi”.
Con la prenotazione in tasca di un volo Varsavia – Costarica per il giorno seguente, Guerzoni e Ughini iniziano l’operazione il 25 giugno. L’autista, come al solito, ritira il suo furgone dal parcheggio di corso Tassoni a Torino e nasconde Enrico Ughini nel cassone interno.
All’ufficio postale di Porta Nuova sale quindi Cante e con tanto di scorta di polizia, parte la rassegna degli uffici postali per il ritiro del denaro. Terminato il giro, Cante consegna i sacchi – contenenti carta straccia – ai colleghi dell’ ufficio postale di Porta Nuova, che li ripongono in cassaforte. Guerzoni, invece, riporta il furgone alla rimessa, nasconde in un’auto la refurtiva, assieme ed Ughini. Il clamoroso colpo viene scoperto la mattina successiva.
I dieci sacchi contenevano quasi 5 miliardi di cui la metà in contanti. Essendo però questo un gruppo di ladri goffi ed incapaci, alla consegna c’è un sacco in più rispetto a quanti ritirati. Ughini, nello scambiare la refurtiva, si era confuso ed aveva rimesso fuori uno dei sacchi originali, perdendo parte del denaro e commettendo un clamoroso passo falso. Cante, presentatosi regolarmente al lavoro il giorno successivo il furto miliardario, viene interrogato.
Nega ogni coinvolgimento e in mancanza di prove viene rilasciato. Guerzoni è scomparso e altrettanto farà Ughini, verso il quale verrà emesso un provvedimento di ricerca il 2 luglio. L’idea degli investigatori, della stampa e dell’opinione pubblica è unanime: i due sono i colpevoli e sono riusciti a scappare all’estero con 5 miliardi di Lire. Torino uomini d'oro furto poste Giuliano Guerzoni L’inchiesta sembra giunta ad un punto morto.I ladri ce l’hanno fatta e quasi certamente quei soldi non verranno più recuperati.
Il 13 luglio tuttavia, un contadino darà una svolta alle indagini. Nei boschi della val di Susa, l’uomo trova due corpi, sepolti in due sacchi a pelo. Non c’è dubbio; quei due cadaveri appartengono ai postini che si stanno cercando, appartengono a quelli che la stampa ha ribattezzato “gli uomini d’oro”. L’ipotesi è che i due siamo stati uccisi durante una lite per il bottino.
Viene arrestato Cante e dopo numerosi interrogatori salta fuori un nuovo nome: Ivan Cella, socio del primo in una piccola impresa di impianti elettrici. Che sia lui la mente dietro tutto?
Che gli omicidi e il furto della somma siano stati premeditati da un personaggio che non era ancora entrato in scena? Cella, gestore della birreria “La Frontiera” di Susa, viene convocato n questura. Riferisce la sua versione e si dice estraneo ai fatti, ma la vicinanza geografica al duplice omicidio e la conoscenza personale del gruppo di ladri danno adito a più di un sospetto.
Cella tuttavia, non può essere trattenuto e il giorno successivo, probabilmente con il bottino e la sua compagna, scappa all’estero.
Le indagini non si fermano e culminano con la cattura a Tirana di Cella, con una delle più grandi operazioni di collaborazione tra la polizia albanese e quella italiana. Ivan Cella che da subito mente persino sulla sua identità, crollerà a Torino davanti ai giudici della Corte d’Assise.
“Ammetto le mie responsabilità”, dirà l’ex barista dopo aver chiesto quella che giuridicamente si definisce una “dichiarazione spontanea”. Aggiungerà, “Temevamo che potessero essere dannosi” e stupirà la corte e la stampa con la sua dichiarazione; “La buca in cui li seppellimmo l’avevamo già scavata verso il 20 maggio”.
Un delitto più che premeditato, dettato dalla ferocia e dall’avidità. Gli ultimi colpi di scena hanno il sapore agrodolce che impregna tutta la vicenda, quasi fosse un film di Jean-Louis Trintignant. Dei 5 miliardi non vi è traccia e ancora oggi non si sa come Cante e Cella siano riusciti a far sparire quella somma in così poco tempo.
Non manca un lato mediatico che sfocia nel gossip e nella morbosità dell’interesse pubblico: durante il processo, Cella e  la sua compagna, Cristina Quaglia, annunceranno il loro matrimonio.
Con le condanne di Cante e Cella si conclude la saga degli Uomini d’oro, del loro assurdo e rocambolesco piano, con tanto di fughe, denaro mai più ritrovato e un duplice omicidio.
 Michele Albera


La Repubblica 1997
FINISCE LA FUGA DELLA COP...
FINISCE LA FUGA DELLA COPPIA D' ORO

TORINO - Erano gli ultimi due latitanti del gran colpo alle Poste di Torino.
Un piano quasi perfetto che, il 26 giugno dell' anno scorso, fruttò due miliardi e mezzo di lire in contanti, mai più trovati, e costò la vita a due degli "uomini d' oro", Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini, assassinati con ogni probabilità dai complici. Si erano rifugiati in Albania: arrestati una prima volta, avevano approfittato della rivolta di marzo per evadere dal carcere di Tirana e sparire nuovamente. Ma la classica fuga in Sudamerica, questa volta, è stata fatale a Ivan Cella, 42 anni, ex gestore di una birreria a Susa ed esperto di armi, accusato di quel duplice delitto insieme al postino Domenico Cante (in carcere), e alla sua fidanzata ventitreenne Cristina Quaglia, ricercata per favoreggiamento. Li hanno presi venerdì 22, a Cochabamba, in Bolivia, una città di 200 mila abitanti a oltre 2500 metri d' altitudine, trecento chilometri a sud est da La Paz. Espulsi dal paese giovedì, sono stati imbarcati su un volo per Santa Cruz e di lì, ieri, hanno raggiunto Miami per poi imbarcarsi per l' Italia. Erano arrivati su quel pianoro della cordigliera a fine marzo, dopo una fuga senza fine attraverso l' Albania in fiamme e gli aeroporti di Istanbul, Amsterdam, San Paolo do Brasil e Santa Cruz: fino a Cochabamba. Fino a otto giorni fa, quando un reparto della polizia guidata dal comandante regionale Angel Moncada, affiancato da due sottufficiali dei carabinieri, ha bussato alla porta di una casetta ad un piano, nel rione periferico di Sarco, che Cella e la sua donna avevano preso in affitto da una signora per 200 dollari al mese. I due latitanti hanno ancora tentato il tutto per tutto, mostrando passaporti falsi intestati ad Alberto Filosi e Patrizia Baselico. Ma è stato inutile. Da tempo, infatti, da circa due mesi, la Procura di Torino e gli investigatori li avevano localizzati tramite l' Interpol. Dopo l' arresto, con l' accusa ufficiale di "falso ideologico e sostituzione di identità", Ivan Cella e Cristina Quaglia sono stati brevemente interrogati in presenza del console onorario italiano a Cochabamba, Carlo Schiavi.
"Ho trovato i due - racconta il console - in buone condizioni, anche se la ragazza appariva magra e patita. Mi hanno spiegato da dove erano arrivati e che erano stati arrestati perché in possesso di passaporti falsi, che avevano comprato in Albania. 'Siamo venuti qui a Cochabamba in cerca di un lavoro, per vivere qui' , hanno detto".
Segno che non avevano più il bottino? "Non saprei, ma di sicuro avevano una buona disponibilità economica perché, quando ho chiesto loro se avessero bisogno di denaro per comprarsi da mangiare in carcere, dove il cibo scarseggia davvero, mi hanno risposto: 'No, da questo punto di vista non abbiamo problemi' . E, alla domanda di un poliziotto che chiedeva se volessero tornare in Italia, hanno risposto di sì". All' uscita dal carcere, i due sono stati avvicinati per qualche istante dai cronisti locali. "Siete mafiosi?", è stata la domanda. "No, e non abbiamo ammazzato nessuno", ha risposto Ivan Cella. Ora il birraio di Susa raggiungerà in carcere l' amico Domenico Cante, l' altro principale accusato dell' omicidio di Guerzoni e Ughini e del colpo miliardario. Fu proprio Cante, assieme alle due vittime poi trovate uccise a colpi di pistola, quindici giorni dopo, in un boschetto della Val di Susa, a sostituire a bordo di un furgone delle Poste durante il giro di ritiri e consegne i sacchi del denaro con altri contenenti carta straccia. Dopo la scoperta dei cadaveri Cante venne fermato per omicidio mentre Ivan Cella, raggiunto dalla stessa accusa ma solo indagato, ne approfittò e fuggì con la fidanzata. Tre settimane più tardi, a fine luglio, venne trovata la sua "Croma" bianca abbandonata nel parcheggio di un noleggio auto davanti all' aeroporto di Nizza, in Costa Azzurra.
Intercettando le telefonate, spesso in codice, ad amici e parenti, gli inquirenti riuscirono a rintracciare i due a Tirana: erano nascosti in un alloggetto in un quartiere popolare e Cella, per sbarcare il lunario o per non dare l' idea di avere con sè troppi soldi, si era rimesso a fare il suo mestiere, l' elettricista. A metà dicembre i due vennero arrestati. Ma le pratiche di estradizione dall' Albania andarono per le lunghe finchè, tre mesi più tardi, scoppiò la rivolta. Il carcere di Tirana venne preso d' assalto e tutti i detenuti, compresi Ivan Cella e Cristina Quaglia, scapparono.
Poi, quasi ricalcando la trama di un romanzo, i due fuggiaschi hanno viaggiato per mezzo mondo nel tentativo, vano, di far perdere le loro tracce per sempre.
Arturo Buzzolan Massimo Novelli

La Repubblica 1997
TRADITA DA TROPPE TELEFONATE E LA COPPIA D' ORO FINI' IN CELLA
TORINO - Li ha traditi la nostalgia. Soprattutto quella di lei, la 'donna del bandito' del colpo grosso alle Poste di Torino, che non ha resistito alla voglia di telefonare dalla Bolivia a parenti e amici in Italia e che, già ai tempi della fuga in Albania, aveva espresso il desiderio di tornare e farla finita con quella vita sempre in fuga. Ma le chiamate di Ivan Cella e in particolare della sua donna Cristina Quaglia, molte delle quali, per precauzione, sarebbero state fatte e ricevute tramite telefoni pubblici sia in Bolivia sia in Italia, sono state intercettate dai carabinieri. Così, il 14 luglio, gli investigatori hanno capito che i due si nascondevano nel paese sudamericano. Dal 2 al 10 agosto, due sottufficiali del nucleo operativo torinese sono andati in Bolivia e hanno preso contatti, oltre che con la polizia locale, anche con i colleghi italiani della Direzione centrale servizi antidroga, i cui agganci sul posto sono serviti a localizzare i due latitanti. E a colpo sicuro, venerdì 22, a Cochabamba, gli agenti hanno bussato alla porta della casa del quartiere di Sarco. Ha aperto lei, che ha mostrato due passaporti comprati in Albania per 800 mila lire: quello di lei rubato a Milano a Patrizia Basilico, quello dell' uomo compilato ex novo con il nome di Alberto Filosi, di professione tecnico della compagnia telefonica boliviana Entel. Cella, appena ha sentito le voci dei poliziotti, si è chiuso in un armadio. Resosi conto che il gioco era finito, è uscito e ha confessato la sua vera identità. Sono stati rimpatriati ieri mattina. Poco dopo le 11, accompagnati da funzionari dell' Interpol e da un ufficiale dell' Arma, Cella e la sua compagna sono arrivati allo scalo di Fiumicino con un volo Alitalia proveniente da Miami. E a bordo dell' aereo gli hanno notificato il provvedimento di arresto e i capi di imputazione: duplice omicidio (quello dei complici Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini) e peculato (il bottino, mai trovato, di cinque miliardi e mezzo tra contanti ed assegni) per lui, solo favoreggiamento per lei. Ad attenderli sulla pista, memori delle due avventurose fughe compiute dalla coppia sia dal Piemonte e da Tirana, c' erano decine di agenti. Cameramen e fotografi hanno ripreso due volti pallidi e tirati, due figure con i cappellini in testa, le T-shirt e gli zainetti da ragazzini: simili a turisti, "piuttosto affettuosi tra di loro", come li aveva visti a Cochabamba il console italiano Carlos Schiavi. "No, per favore, le manette no" ha mormorato Cella prima che lo facessero salire in macchina. I due sono giunti a Torino poco prima delle 19, scortati da cinque auto fin dentro la caserma del nucleo operativo dei carabinieri. Poi sono stati trasferiti in carcere, in attesa del processo fissato per il 13 gennaio. "Dopo la fuga dal carcere di Tirana, li abbiamo cercati con rabbia" hanno spiegato il procuratore aggiunto Marcello Maddalena e il comandante provinciale dei carabinieri Michele Franzè. "Abbiamo approfondito il metodo d' indagine usato per localizzarli in Albania". Appostamenti e con pedinamenti di parenti e amici che, tra Torino e la Val di Susa, si servivano di telefoni pubblici e privati ogni volta diversi per mettersi in contatto con i due fuggiaschi.
Sicuramente, la nostalgia tra Cristina Quaglia e i parenti deve avere giocato un ruolo determinante nella cattura, se lo stesso colonnello Franzè ha osservato: "Abbiamo lavorato sull' elemento debole della coppia". L' arresto dei due, in ogni caso, non ha per ora risolto uno dei principali rebus della vicenda: dove è finito il grisbì? "E' una curiosità che abbiamo anche noi - dicono gli investigatori - finora abbiamo trovato solo spiccioli e del resto Cella e la sua donna in Bolivia non conducevano una vita dispendiosa". E c' è un altro interrogativo: perché i due sono andati in Bolivia? "Forse - ipotizza Maddalena - Cella sapeva che lì l' estradizione è molto complessa. Ma anche noi avevamo quelche carta in mano e in questo senso dobbiamo ringraziare il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna: se non era per lui, sarebbero ancora là. Quei due non avevano fatto i conti con la possibilità di essere espulsi come 'clandestini' ...".
Arturo Buzzolan Massimo Novelli


Il colpo alle poste di torino
Giuliano Guerzoni lo credevano sulla Costa Azzurra francese, a Montecarlo o addirittura a San Salvador. In qualsiasi posto dove si possa spendere il tempo tra donne, gioco e lusso. Giuliano Guerzoni, 36 anni, di Strevi, un piccolo comune in provincia di Alessandria, l' autista delle Poste sparito il 27 giugno dopo il clamoroso furto di otto miliardi in contanti e assegni e ricercato per peculato, non ha invece mai raggiunto quei paradisi esotici. E' finito sepolto in una buca profonda quasi un metro, sotto un albero di nocciole, nella campagna di Bussoleno, in Val di Susa. Con lui, in quella tomba artigianale, carabinieri e polizia ieri pomeriggio hanno trovato anche Enrico Ughini, 40 anni, ex postino, misteriosamente sparito da Felizzano, un altro centro dell' Alessandrino alla fine di maggio e sospettato dalla Squadra Mobile di essere stato il complice di Guerzoni nel colpo miliardario. Entrambi trafitti da due pallottole sparate al torace e poi sepolti uno sopra all'altro in quella buca sotto l' albero di nocciole, vittime quasi certamente di una lite per la spartizione del bottino. In un boschetto della località Petronilla, a solo un chilometro dall' abitazione di Domenico Cante, "lo scambista", ovvero l' uomo incaricato di ritirare i sacchi postali dai diversi uffici che aveva accompagnato Guerzoni nel turno del pomeriggio del 26 giugno, il giorno del "colpaccio". Anche Cante era sospettato del furto e dopo due interrogatori era stato denunciato a piede libero per peculato. Subito dopo la scoperta dei due cadaveri Cante è stato interrogato a lungo dalla polizia che ha anche minuziosamente perquisito la sua abitazione di Bussoleno. Probabilmente Guerzoni e Ughini sono stati uccisi lo stesso giorno del furto. L' autista indossava ancora la divisa delle Poste che portava il 26 giugno. A scoprire i cadaveri poco dopo le 13 di ieri è stato un contadino della zona. L' uomo che stava raggiungendo la sua piantagioni di peri, passando accanto al boschetto di nocciole ha notato la terra smossa. Ha telefonato ai carabinieri della Compagnia di Susa che poco dopo estraevano da quel campo i due cadaveri. Non è stato difficile identificare quei corpi sporchi di fango e trapassati dai proiettili. Nelle tasche Guerzoni e il suo amico avevano le carte d' identità. Il ritrovamento dei due cadaveri ha dato un' immediata e tragica svolta all' inchiesta su quello che sino a ieri era considerato "un colpo perfetto". A scoprire la mattina del 27 giugno che i dieci sacchi ritirati dai diversi uffici postali nel pomeriggio del giorno prima erano stati sostituiti con altri colmi di carta straccia e di ritagli di giornali e libri era stato il cassiere della sede centrale delle Poste di Torino che avrebbe dovuto ritirare gli otto miliardi. Gli investigatori della Squadra Mobile avevano immediatamente rintracciato i trenta dipendenti che avevano lavorato nei tre turni di quel mercoledì ma i loro sospetti si erano immediatamente addensati su Giuliano Guerzoni e Domenico Cante, rispettivamente autista e "scambista" del turno del pomeriggio. Cante, il giorno dopo, si era regolarmente presentato al lavoro. Guerzoni invece era sparito. Nella mansarda che abitava a Strevi la polizia aveva trovato una sveglia trafitta da un pugnale e attaccata al muro. L' addio di un travet ad una vita scandita dal cartellino. In uno dei sacchi pieni di carta avevano anche scovato l' ultima sua busta paga. Cante, sospettato di essere il complice, era stato colto da un attacco cardiaco durante il primo interrogatorio ed era finito in ospedale. Dimesso aveva ripetuto di essere innocente, di non essersi accorto dello scambio. Salvatore Mulas, il capo della Squadra Mobile, e i suoi uomini avevano però ricostruito la dinamica del "colpaccio". Guerzoni aveva preparato dieci sacchi falsi, completi di sigilli e cartellini e li aveva sostituiti dopo aver ritirato l' ultimo di quelli veri dagli uffici postali periferici. Era stato però tradito da una sorpresa. All' ultimo ufficio gli era stato consegnato un pacco doppio. Lui e il complice avevano dovuto disfarlo e avevano dimenticato due "assicurate". Un particolare che li aveva traditi. E la Squadra Mobile aveva già individuato il "terzo uomo", Ughini, che aveva aiutato Guerzoni a scaricare il bottino prima di riportare il furgone al deposito. Ieri pomeriggio il colpo di scena e il ritrovamento dei due ricercati che tutti credevano all' estero a godersi i miliardi. Miliardi che sono davvero spariti. Ivan Cella Erano gli ultimi due latitanti del gran colpo alle Poste di Torino. Un piano quasi perfetto che, il 26 giugno dell' anno scorso, fruttò due miliardi e mezzo di lire in contanti, mai più trovati, e costò la vita a due degli "uomini d' oro", Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini, assassinati con ogni probabilità dai complici. Si erano rifugiati in Albania: arrestati una prima volta, avevano approfittato della rivolta di marzo per evadere dal carcere di Tirana e sparire nuovamente. Ma la classica fuga in Sudamerica, questa volta, è stata fatale a Ivan Cella, 42 anni, ex gestore di una birreria a Susa ed esperto di armi, accusato di quel duplice delitto insieme al postino Domenico Cante (in carcere), e alla sua fidanzata ventitreenne Cristina Quaglia, ricercata per favoreggiamento. Li hanno presi venerdì 22, a Cochabamba, in Bolivia, una città di 200 mila abitanti a oltre 2500 metri d' altitudine, trecento chilometri a sud est da La Paz. Espulsi dal paese giovedì, sono stati imbarcati su un volo per Santa Cruz e di lì, ieri, hanno raggiunto Miami per poi imbarcarsi per l' Italia. Erano arrivati su quel pianoro della cordigliera a fine marzo, dopo una fuga senza fine attraverso l' Albania in fiamme e gli aeroporti di Istanbul, Amsterdam, San Paolo do Brasil e Santa Cruz: fino a Cochabamba. Fino a otto giorni fa, quando un reparto della polizia guidata dal comandante regionale Angel Moncada, affiancato da due sottufficiali dei carabinieri, ha bussato alla porta di una casetta ad un piano, nel rione periferico di Sarco, che Cella e la sua donna avevano preso in affitto da una signora per 200 dollari al mese. I due latitanti hanno ancora tentato il tutto per tutto, mostrando passaporti falsi intestati ad Alberto Filosi e Patrizia Baselico. Ma è stato inutile. Da tempo, infatti, da circa due mesi, la Procura di Torino e gli investigatori li avevano localizzati tramite l' Interpol. Dopo l' arresto, con l' accusa ufficiale di "falso ideologico e sostituzione di identità", Ivan Cella e Cristina Quaglia sono stati brevemente interrogati in presenza del console onorario italiano a Cochabamba, Carlo Schiavi. "Ho trovato i due - racconta il console - in buone condizioni, anche se la ragazza appariva magra e patita. Mi hanno spiegato da dove erano arrivati e che erano stati arrestati perché in possesso di passaporti falsi, che avevano comprato in Albania. 'Siamo venuti qui a Cochabamba in cerca di un lavoro, per vivere qui' , hanno detto". Segno che non avevano più il bottino? "Non saprei, ma di sicuro avevano una buona disponibilità economica perché, quando ho chiesto loro se avessero bisogno di denaro per comprarsi da mangiare in carcere, dove il cibo scarseggia davvero, mi hanno risposto: 'No, da questo punto di vista non abbiamo problemi' . E, alla domanda di un poliziotto che chiedeva se volessero tornare in Italia, hanno risposto di sì". All' uscita dal carcere, i due sono stati avvicinati per qualche istante dai cronisti locali. "Siete mafiosi?", è stata la domanda. "No, e non abbiamo ammazzato nessuno", ha risposto Ivan Cella. Ora il birraio di Susa raggiungerà in carcere l' amico Domenico Cante, l' altro principale accusato dell' omicidio di Guerzoni e Ughini e del colpo miliardario. Fu proprio Cante, assieme alle due vittime poi trovate uccise a colpi di pistola, quindici giorni dopo, in un boschetto della Val di Susa, a sostituire a bordo di un furgone delle Poste durante il giro di ritiri e consegne i sacchi del denaro con altri contenenti carta straccia. Dopo la scoperta dei cadaveri Cante venne fermato per omicidio mentre Ivan Cella, raggiunto dalla stessa accusa ma solo indagato, ne approfittò e fuggì con la fidanzata. Tre settimane più tardi, a fine luglio, venne trovata la sua "Croma" bianca abbandonata nel parcheggio di un noleggio auto davanti all' aeroporto di Nizza, in Costa Azzurra. Intercettando le telefonate, spesso in codice, ad amici e parenti, gli inquirenti riuscirono a rintracciare i due a Tirana: erano nascosti in un alloggetto in un quartiere popolare e Cella, per sbarcare il lunario o per non dare l' idea di avere con sè troppi soldi, si era rimesso a fare il suo mestiere, l' elettricista. A metà dicembre i due vennero arrestati. Ma le pratiche di estradizione dall' Albania andarono per le lunghe finchè, tre mesi più tardi, scoppiò la rivolta. Il carcere di Tirana venne preso d' assalto e tutti i detenuti, compresi Ivan Cella e Cristina Quaglia, scapparono. Poi, quasi ricalcando la trama di un romanzo, i due fuggiaschi hanno viaggiato per mezzo mondo nel tentativo, vano, di far perdere le loro tracce per sempre. Domenico Cante Domenico Cante, 48 anni, muore nel carcere delle Vallette. Alla lettura della sentenza di primo grado, aveva sventolato una delle sue manone per richiamare l’attenzione: "Non uscirò vivo dal carcere. Morirò molto prima di aver scontato tutti questi anni". Più di 28. Se non una vita, almeno mezza. C’è chi si rassegna, chi no. Domenico Cante apparteneva a quest’ultima categoria di detenuti. Un infarto se l’è portato via l’altra notte, dopo una vana corsa verso il pronto soccorso del Mauriziano. Il terzo infarto della sua esistenza che aveva svoltato improvvisamente nell’estate 1996, dopo l’inconsueto e geniale colpo alle Poste, che lo vide prima gregario, poi protagonista per aver liquidato in una roulotte, insieme al complice e amico di sempre Ivan Cella, i due ideatori e primi esecutori della sostituzione "in corsa d’opera" del denaro versato per l’Ici con sacchi di carta straccia. Giuliano Guerzoni e Enrico Ughini sembravano spariti verso un’altra vita, quella sognata nelle loro nebbie padane di provincia, dorata come il sole e le donne sudamericane. E invece erano finiti sotto pochi centimetri di terra, a settecento metri in linea d’aria dalla casa dell’autista del furgone, in Valsusa. Cante è morto a 48 anni d’età, a pochi giorni dall’aver dato con successo un esame di idoneità per avvicinarsi al diploma di geometra. Non si può dire che cercasse la morte per quanto, cardiopatico e diabetico, fosse diventato anche bulimico. Divorava la fame e il bisogno di tutti i detenuti, per lui assoluto, di respirare aria pura, magari pure quella inquinata, diversa comunque dall’aria stagnante della vita quotidiana dietro le sbarre. E divorava istanze di differimento pena o arresti domiciliari, codici e avvocati. All’ultimo legale, Mauro Carena, aveva appena dato l’incarico di preparare la richiesta di revisione del processo. Eppure aveva confessato, a ruota di Cella di cui si era descritto come l’eterno succube: "Sì, ho ammesso anch’io dopo di lui, ma non è andata come avevamo raccontato in procura all’inizio del processo in Corte d’assise. Io non ho ucciso". L’avvocato non dice molto di più. Solo un accenno al bottino (2 miliardi e 52 milioni di lire in contanti, un po’ poco per definire il quartetto gli uomini d’oro del colpo alle Poste). "Un bottino che è sparito. - chiosa il legale -. Posso solo aggiungere qualcosa che mi ha colpito nelle parole di Cante: "Avvocato, quei soldi non li più rivisti, non li ho, ma lei sarà pagato". Come se qualcun altro fosse in grado di provvedere al posto suo". Hanno confessato gli "uomini d'oro", autori del furto miliardario alle poste di Torino e della brutale eliminazione dei due loro complici. Ieri alla seconda udienza del processo che si svolge davanti ai giudici della Corte di Assise e' dapprima crollato Ivan Cella, gia' titolare di una birreria a Susa, poi e' stata la volta di Domenico Cante, uno dei tre postini che idearono il colpo, messo a segno il 26 giugno del '96. Finora contro i due protagonisti di una vicenda degna di un film di Jean Luis Trintignant c'erano solo indizi. Cella e Cante avevano sempre negato ogni accusa. Ieri mattina la svolta clamorosa: "Ammetto le mie responsabilita", ha esordito l'ex barista dopo aver chiesto alla Corte di rendere quella che in termine giuridico si definisce una "dichiarazione spontanea". Poi, parlando lentamente e a voce bassa, ha raccontato le fasi del furto e dell'omicidio a colpi di pistola di Giuliano Guerzoni ed Enrico Ughini, il primo dipendente e il secondo baby - pensionato delle poste, chiamando in causa anche Cante. "Temevamo che potessero essere dannosi", ha spiegato. Un omicidio, a quanto sembra, premeditato: "La buca in cui li seppellimmo l'avevamo gia' scavata verso il 20 maggio", ha infatti detto Cella. L'uomo scappo' poi in Albania, dopo che il 13 luglio del '96, in un bosco della valle di Susa, furono trovati i due cadaveri. Cante, invece, venne arrestato quello stesso giorno. La decisione di confessare e' maturata nell'ex barista dopo la prima udienza e dopo un colloquio con la sua compagna, Cristina Quaglia, imputata di favoreggiamento. I due, tra l'altro, hanno annunciato il loro matrimonio. Vistosi ormai incastrato, Cante, davanti ai giudici, ha deciso di fare la stessa scelta. E cosi', dopo avere chiesto una breve pausa dell'udienza per parlare con i difensori, ha fornito la sua verita'. Una versione dei fatti diversa in molti punti da quella del complice: infatti Cante ha cercato di alleggerire le sue responsabilita' nell'omicidio, lasciando intendere che lui non l'aveva premeditato e che maturo' nel corso di una discussione. Secondo Cante, il bottino del colpo era da dividere in tre parti: a Ivan Cella doveva toccarne una piccola, perche' aveva avuto il compito di procurare soltanto i documenti per fare espatriare Guerzoli e Ughini. "Ma ci fu una discussione - ha ancora detto Cante -, qualcuno sparo' per primo e io sparai perche' ebbi paura". Che fine ha fatto il bottino (circa 5 miliardi solo in minima parte recuperati)? Se e' vera la versione fornita da Cella, si e' perso. L'ex barista ha infatti raccontato: "Ho investito i soldi in alcune finanziarie albanesi", proprio quelle poi finite miseramente. Cella fu arrestato a Tirana nel dicembre del '96. A marzo evase approfittando dei tumulti che scossero il paese balcanico dopo il crac delle finanziarie. A fine agosto gli inquirenti lo ritrovarono in Bolivia. Cristina Quaglia, sua compagna, lo segui'. Cella ha detto sempre che lo fece solo "perche' credeva che io fossi innocente", e oggi i giudici hanno deciso di scarcerarla.


La Repubblica 2002 
L' uomo d' oro ha chiesto la grazia
Uno degli «uomini d' oro» ha chiesto la grazia al capo dello Stato. È la storia del colpo alle Poste di Torino che ritorna. È Domenico Cante che chiede aiuto, dopo essere stato condannato a 28 anni e otto mesi di carcere. È stato lui, insieme ad Ivan Cella, l' autore della rapina miliardaria e del successivo duplice omicidio dei complici: Giuliano Guerzoni e Enrico Ughini. Adesso Cante è detenuto nel carcere di Ivrea con un fine pena fissato nel 2025. Secondo la madre ha dei gravissimi problemi di salute. È stata lei a presentare formalmente la domanda. «Non voglio parlare, non voglio dire nulla, sono state dette troppe cose ingiuste su Domenico» si dispera Margherita Cante dalla sua casa di Susa. Ma poi fa capire che suo figlio sta rischiando di morire in carcere. Ed è per questo che spera in un intervento del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Non è mai stato trovato il bottino del colpo miliardario, tanto famoso da aver ispirato un film di Gianluca Tavarelli intitolato «Qui non è il paradiso». Un bottino da due miliardi e 152 milioni di lire che potrebbe essere ancora nascosto da qualche parte. Un colpo geniale e molto ben organizzato. Niente pistole, ma un cambio di sacchi: quelli con i soldi portati via e quelli con la carta straccia chiusi nel furgone. Era il 26 giugno del 1996. Due uomini d' oro in fuga. E due viveur di provincia, giovanotti annoiati con fama da playboy, Luciano Guerzoni ed Enrico Ughini, che finiscono uccisi a colpi di pistola e sepolti in boschetto di Bussoleno. Erano stati loro ad ideare il piano: sognavano un' altra vita, fantasticavano delle spiagge del Costa Rica. Furono indagini, macchie di sangue, altri complici e prove schiaccianti. Domenico Cante, il postino irreprensibile con gli occhiali spessi, fu arrestato non lontano da casa. Ivan Cella in Bolivia, dove si era rifugiato dopo una rocambolesca fuga da Tirana. Hanno confessato, si sono accusati reciprocamente, sono stati condannati. Cante al giudice aveva detto così: «È tutto vero. C' è una mia responsabilità nel peculato e un mio ruolo negli omicidi. Ma questi non li abbiamo pensati prima, se l' ha fatto qualcuno non sono stato io. Cella doveva aver una quota di quella di Ughini. C' è stata una discussione per la spartizione del bottino. Non so chi abbia sparato per primo. Ho avuto paura, ho sparato anch' io». Di tutto questo ne è stato fatto un film sul quelli che non sanno stare da nessuna parte, su quelli che se ne vogliono andare e sono sempre un po' sconfitti. Adesso Cante è molto malato. Il presidente della Repubblica deciderà sul suo futuro. Questi quattro anni li ha passati in carcere aiutato dalla passione per il modellismo. Tutti dicono che sia un uomo distrutto. «Non può finire così» dice sua madre.


Qui non è il paradiso
Regia
Gianluca Maria Tavarelli
Interpreti
Fabrizio Gifuni (Renato Sapienza), Valerio Binasco (Walter Taranto), Antonio Catania (commissario Lucidi), Erika Bernardi (Claudia), Riccardo Zinna (ispettore Esposito), Ugo Conti (Enzo Pece), Adriano Pappalardo (Michele Manzo), Riccardo Montanaro (Donato Catena), Cesare Apolito (Christian Granelli), Franco Neri (Vito Vitale), Carlo Giraudo (Fratello Renato), Gino Baudrino (Padre Renato), Ezio Sega (Giudice Mistretta), Angelo Giugliano (amico invadente), Antonio Mazzara (cassiere), Roberta Lena (ex moglie di Renato)

Torino, febbraio 1996. Il furgone blindato delle Poste effettua il solito giro di ritiro sacchi-valori dagli uffici periferici. La mattina dopo, all'apertura dei plichi, denaro ed assegni sono stati sostituiti da carta straccia. Iniziano le indagini e subito si scoprono i responsabili: Renato Sapienza, autista del furgone, ed il suo collega Walter Taranto sono spariti. Separato e con figlia a carico, è poeta dilettante e tira tardi ogni notte con l'amico, sempre in cerca di una nuova conquista. Ed anche quando arriva l'amore, continua ad essere insoddisfatto e ad anelare un lontano “paradiso”: Costarica. Secondo lui il sogno si può avverare solo con un “colpo” studiato in ogni minimo particolare. Ma l’impresa finisce tragicamente, perché il delinquente “sognatore” viene liquidato dai complici professionisti. Il commissario Lucidi che compie le indagini trova una sveglia che segna le sei trafitta da un coltello, quasi a voler rompere definitivamente la monotonia. Anche il commissario è stanco della solita routine, ma l’accetta con rassegnazione.

Dichiarazioni
«Il fatto di cronaca è lo spunto per raccontare la storia dei due postini autori della rapina, la storia di un’ansia di fuga. Sono due amici, Renato e Walter, che vengono dalla provincia e lavorano a Torino. Walter è un tipo concreto, forse per lui la vita andrebbe bene così com’è. Renato invece è un poeta, uno che sogna una felicità da trovare altrove, ed è lui che trascina l’amico nel sogno. […] Renato è pronto ad abbandonare la sua ragazza, anche se sa che è la persona giusta, anche se lasciarla significa dolore: la spinta verso la fuga è più forte […] una fuga da una vita senza sorprese, notti bruciare per forza fino all’alba. Una fuga dalla provincia in cui sono cresciuti Renato e Walter, Alessandria e dintorni, un paesaggio particolarissimo, né città né campagna. Alessandria è una città immersa nella pianura, ti guardi intorno e non ci sono ostacoli allo sguardo. Secondo me un paesaggio così scatena la voglia di andare via» (G.M. Tavarelli, “la Repubblica”, 3.8.2000).
 «È stato un lavoro molto diverso rispetto a quello di  Un amore. Qui si partiva da un fatto realmente avvenuto, anche se poi il film e i personaggi si ispirano molto liberamente alla cronaca. Siamo comunque partiti, nella costruzione dei personaggi, da una ricerca il più possibile accurata di tutti i materiali d'epoca, attraverso giornali, documenti e filmati. Questo materiale ci è stato utile per capire chi fossero in realtà i due protagonisti del colpo alle poste. In un secondo tempo ci siamo staccati dalla cronaca per partire con l'invenzione e la creatività. I personaggi del film sono dunque la risultante di quello che sono stati e di quello che abbiamo voluto che fossero» (F. Gifuni, www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=94).
La vicenda narrata nel film si basa su un fatto realmente accaduto - il furto alle Poste di Torino computo da Giuliano Guerzoni, Domenico Cante, Enrico Ughini e Ivan Cella -, ma Tavarelli mescola eventi reali a eventi ipotetici compiendo, dopo quella della polizia, una seconda indagine volta a mettere in evidenza non tanto le responsabilità criminali, quanto i sentimenti, le fantasie, le insoddisfazioni, le nevrosi dei protagonisti. 
«Prendi i soldi e scappa verso un’altra vita. Una vita diversa. Una vita senza sveglia mattutina, senza routine sul lavoro butto, senza alimenti da pagare all’ex moglie, senza doveri. Una vita spericolata. Una vita tropicale: sabbia bianca, acqua trasparente, palme, caldo, long drinks colorati, libertà, languore» (L. Tornabuoni, “La Stampa”, 16.9.2000).
 Le ambizioni, i sogni, le velleità degli uomini mediocri che compaiono in Qui non è il paradiso sono simili a quelli di tanti loro simili che vorrebbero arricchirsi per cambiare radicalmente la propria vita. Pertanto la vicenda induce «a riflettere sulla società nostra, sulle persone “normali” che compiono repentinamente atti efferati, sul vuoto esistenziale, sulla sete di vita che può portare a morte: il titolo lezioso e furbetto non corrisponde alla durezza forte del film» (Ibidem).
 «Tavarelli sembra andare controcorrente. Mentre il resto del nuovo cinema italiano oltre che sull’originalità dello stile punta sulla singolarità dei corpi e del contesto geografico e sociale, mentre legioni di esordienti o di autori più o meno giovani corteggiano il grottesco, l’eccezionale, l’emblematico, l’anomalo, il sintomatico, il deviante, l’estremo, [Tavarelli] elabora una quieta e rassegnata medietà (a dire il vero molto sabauda) entro cui coltivare come piante in vaso i pacati deliri, le esistenze mancate, le rivolte soffocate dei suoi personaggi volutamente grigi, mediocri, qualunque [...]. Era da tempo che un film non offriva un check-up così spietato e insieme distaccato dello stato di salute, si fa per dire, nazionale [...]. Da tempo non ci capitava di vedere tante facce di uno stesso problema (l’amoralità, l’avidità, l’omertà, la corruzione, la rancorosa insoddisfazione che cova sotto tante esistenze “normali”) riunite sotto un unico titolo» (F. Ferzetti, Gianluca Maria Tavarelli: Qui non è il Paradiso, FAI, Torino, 2000).

Il regista compie la sua “indagine” attraverso i modi del thriller, ossia egli «conferma il proprio interesse per il quotidiano che conosce e per i suoi risvolti di “intimità” ma, nel medesimo tempo, si affida a canoni di genere stabiliti. Tutto vi risponde. Dal sogno impossibile che trasforma l’uomo comune in delinquente, agli sbocchi tragici a cui conduce la differenza tra criminali esperti e criminali improvvisati, all’amaro “coinvolgimento” dell’avversario, cioè il poliziotto che, indagando, finisce per guardare meglio dentro sé stesso. Dal rispetto del thriller e delle sue più rodate convenzioni il registrasi si stacca, poi, per inseguire un proprio progetto tematico e stilistico» (T. Masoni, “Cineforum”, n. 398, 2000).
 L’impostazione linguistica e drammatugica è rigorosa, anche «i dialoghi rozzi e ripetitivi descrivono nella maniera migliore il contesto in cui si muovono i personaggi, un universo senza via d’uscita ("qui è tutta pianura") e senza speranza, in cui i sognatori fanno inevitabilmente una pessima fine. Ma quel che più colpisce è la capacità del regista di costruire la tensione, creando anche un’aura di rispetto (o di pietà) nei confronti dei due sventurati postini. I personaggi sono come intrappolati da suadenti carrelli, arditi movimenti di macchina, panoramiche ormai rare nello sgrammaticato panorama italiano, che intrecciano una rete invisibile destinata ad avviluppare i due avventati ladri nelle loro illusioni: una rete che si rivela anche verbale, perché le parole di Leopardi e Hugo Pratt sono ugualmente responsabili della "caduta" dei protagonisti, l’uno con il rimpianto delle occasioni perdute, l’altro con il miraggio di nuovi orizzonti. Colpisce anche la struttura narrativa del film, un continuo andirivieni tra passato e presente, tanto affascinante nel suo gioco di continui rimandi da far dimenticare allo spettatore che l'intreccio è risolto a mezz’ora dal finale» (S. Selleri, www.spietati.it/archivio/recensioni).                                                                   
 Non mancano momenti duri e feroci, ma senza effetti spettacolari e ammicamenti alla curiosità sadica dello spettatore. «Come dire che Tavarelli adopera una tecnica di smorzamento laddove ci si aspetterebbero scoppi e acrobazie (o metafisiche cupezze) e che questa tecnica risponde a una personale interpretazione del caso e della sua violenza. Sembra quasi un film troppo uniforme, Qui non è il paradiso, invece – a parte qualche timore o prudenza, a parte il sogno agonico finale, troppo dilatato – coltiva varianti in sfumatura, ambigue ferialità e una critica tagliente. Se il dramma più diffuso del nostro vivere oggi si manifesta in una “ideologia” mediocre, sembra suggerire Tavarelli, il tasso emotivo della rappresentazione può essere conseguente, cioè tiepido» (T. Masoni, Op.cit.).
 Anche i colori sono smorzati, spenti: il grigio freddo di giorno ed il blu profondo e “sporco” di notte sono l’aspetto cromatico del luogo in cui i protagonisti vivono e del lavoro che svolgono: «Qui non è il paradiso ha insomma il “colore” e la “luce” delle Poste taliane: colore e luce tanto consueti, nella loro banalità, da dover essere contrastati da banalità contrarie, come appunto quel finale turistico» (T. Masoni, Op.cit.).
 «Tavarelli regista eclettico? All'apparenza. In realtà, il regi­sta torinese, tra i più interessan­ti del nuovo cinema italiano, al suo terzo film, Qui non è il pa­radiso […] di­mostra piuttosto di applicare una certa sperimentazione di linguaggi, un adattamento di forme e stili, a una sfaccettata matyeria molto acutamente gettata nelle inquietudini, nelle difficoltà e nelle sofferenze della contemporaneità. […] Qui non è il para­diso assume la brutalità e fat­tualità di un pezzo cronachisti­co di “nera”, con una linearità e secca velocità di taglio narra­tivo che potrebbe rammentare dinamiche e proposte di mon­taggio tipo Banditi a Milano o tipo i diversi film d'azione ita­liani sulla polizia (con Milian o Cassinelli) degli anni Settanta. […] Tavarelli fa cronaca, ma intanto lavora sui personaggi, va in profondità nelle loro anime in­quietate dalla voglia di fuga, felicità, paradisi terrestri, vo­glia di sparire dalla grigia e squallida quotidianità senza do­mani; il sogno di andarsene lontano, via dalla depressione, dall'infelicità, dalla povertà: via verso paradisi tropicali gra­zie alla scorciatoia di un colpo scientifico; senza far del male ad alcuno. La chiusura del so­gno irrompe micidiale in un fi­nale che lascia senza fiato per la durezza improvvisa e ina­spettata, per la tragicità cruenta e disperante di una fine da mat­tatoio, mentre colpito a morte il bravo Fabrizio Gifuni vede passargli davanti agli occhi la realizzazione solare della sua fuga, del suo sogno in un mare dei Tropici (quasi come in Car­lito's Way le visioni di Pacino, sulla barella che corre all'ospe­dale, prima di spirare). Mentre scrive questo pezzo di cronaca, Tavarelli sa permeare i fatti di tante inquietudini della nostra contemporaneità, di tante aspi­razioni del nostro vivere attuale e dei tanti momenti di anonimo vuoto e senso di inutilità che attraversano il quotididiano» (R. Gilodi, “Cinemasessanta” n. 6/256, novembre-dicembre 2000).
 Le location nel capoluogo piemontese e nella Valle di Susa sono scelte attentamente e fotografate in modo adeguato da Pietro Sciortino, analogamente a quanto accade negli altri film “torinesi” di Tavarelli. «È poi la visione di una Torino minima, con le sue osterie in penombra, i certàmi di poesia spicciola, le diatribe sui migliori attaccanti di tutti i tempi, da Van Basten a Gigi Riva, ad incuriosire lo spettatore mentre il dramma incalza. Nella fotografia di Pietro Sciortino rifulge un timbro crepuscolare che diventa, anch’esso, protagonista del racconto» (G. Napoli, “Il Giornale di Sicilia”, 17.9.2000). 
Immagini buie e clima teso propongono «abilmente, e non di rado fino alla suspense, gli interrogativi che scaturiscono da tutti i tasselli proposti in ordine sparso e destinati solo alla fine a comporsi in un mosaico. In cifre allora torvamente drammatiche. […] Pur sembrando ricalcare gli schemi consueti dei film sulle rapine, [il film di Tavarelli] li rinverdisce con la vitalità dei suoi snodi narrativi, con l’ansia ben dosata delle sua atmosfere e con lo studio sempre attento dei caratteri, a cominciare da quello del protagonista. Come già in Un amore, vi dà volto Fabrizio Gifuni, ora spavaldo ora trepido, ora fragile ora aggressivo. Con solido dominio dei propri mezzi espressivi. La ragazza, che per un momento lo affianca, incapace però di fermare il destino che lo aspetta, è Erika Bernardi, una quasi esordiente» (G.L. Rondi, “Il Tempo”, 15.9.2000). Bravissimo è anche Antonio Catania, dolente e contenuto; Valerio Binasco esprime in modo perfetto velleitarismo e mediocrità piccoloborghesi.
 «Quello dell'amicizia maschile è uno dei temi forti dei film di Tavarelli, e lo ritroviamo infatti anche nel suo terzo lungometraggio, Qui non è il paradiso (2000), girato in parte a Torino e in parte nella Val di Susa. Qui il regista parte da un fatto di cronaca realmente accaduto - quello di un furto alle Poste di Torino - per raccontarci la storia di altri due sognatori che non ce la fanno più ad alzarsi presto la mattina e a uscire nella nebbia per portare a casa uno stipendio. I colori, al solito, sono spenti, tendenti al grigio freddo e contrastati nel finale dall'immagine da cartolina della spiaggia tropicale. Commenta Gregorio Napoli: "È poi la visione di una Torino minima, con le sue osterie in penombra, i certàmi di poesia spicciola, le diatribe sui migliori attaccanti di tutti i tempi, da Van Basten a Gigi Riva, ad incuriosire lo spettatore mentre il dramma incalza. Nella fotografia di Pietro Sciortino rifulge un timbro crepuscolare che diventa, anch'esso, protagonista del racconto" (“Il Giornale di Sicilia”, 17 settembre 2000). In questo terzo lavoro emerge in maniera ancora più preponderante questa pulsione alla fuga dei personaggi di Tavarelli - pulsione perfettamente incarnata dall'attore Fabrizio Gifuni, che sembra perennemente braccato, dilaniato dai contrasti, affascinato dalla voglia di fare un fuoco di tutto e incapace di essere fino in fondo cinico come si converrebbe al suo ruolo - e il dilemma che ne consegue: è più coraggioso restare o partire? Un dilemma che sembra rimanere irrisolto, come irrisolti sono questi giovani non più giovani, questa classe media di un Nord Italia che deve ancora fare i conti con problemi di sopravvivenza - la crisi che falcidierà le piccole imprese è ancora di là da venire - ma che si configura come vera e propria prigione che toglie l'aria ai sogni; una prigionia senza poesia, come emerge proprio in Qui non è il paradiso, dove nessuno ha il coraggio di fare ciò che veramente vorrebbe, e dove chi ci prova, come i due protagonisti del film, finisce inevitabilmente per fallire» (S. Ghelli, “Quaderni del CSCI” n. 6, 2010).

1996 : LA RAPINA ALLE POSTE  DEGLI UOMINI D'ORO,UN GIOCO DA BAMBINI HORROR TRA TORINO,TIRANA E BOLIVIA

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ANNI DI PIOMBO : CALENDARIO DI UN ASSEDIO / ASSASSINI,BOMBE,MORTI E VITTIME ANNO PER ANNO - ITALIA 1969/2003 1a PARTE
MILANO 1966/1967 : LA ZANZARA,BARBONIA E ALTRE STORIE Di Simona Siri e Carlo Bo
GLI ANNI DI LOTTA CONTINUA di Claudio Rinaldi
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1968 : DICIOTTO UOMINI DA BARRICATA Di Telesio Malaspina 
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ESTREMA DESTRA 1976 : IO,RAGAZZA DI SAN BABILA Di Massimo Fini
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1946  : GLI OCCHI DI RINA FORT
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