giovedì 14 dicembre 2017

EVA IONESCO vs IRINA IONESCO


I momenti di esaltazione artistica degli anni 70/80,diventano dramma ,quando la bambina cresce e vede  le mistiche gigantografie dark esoteriche,che riempivano i giornali e le mostre di tutto il mondo,con altri occhi."Mamma,ma lì ero nuda!?". 
Il massimo del realismo,ci sarebbe da dire,se non si conoscesse la vita altamente artistica di Irina e il suo alto stato sociale,che hanno garantito a lei e a Eva,una vita sopra i mortali,nei migliori e piu' costosi posti del mondo,con contatti ad altissimi livelli,sia economici che culturali.
Questa sarebbe "L'infanzia rubata",secondo le accusse di Eva,che si distaccano un po' dalle stesse rivendicazioni espresse da Brooke Shields,anni fa,anche lei denudata infante dalla madre,per recitare nel film di Malle e davanti ai fotografi.Tra parentesi la Shields perse la causa e le sue immagini e film,pure e senza volgarità,sono ancora visibili.
Spero,che come in quel caso,la diatriba si concluda con un ennesimo sganciamento di soldi,che in tempi di magra sono richiesti anche ad alti livelli.
Per il resto,rimangono le straordinarie foto di Irina e del suo mondo magico
"Era un altra epoca" dice la madre.E' vero e purtroppo questa è l'epoca del real,della morte di qualsiasi messaggio artistico,della riscoperta dei Leonardo,falsi anche ad occhio nudo,ma smerciabili a milionate,della fine della famiglia nobile e dei millimetri di seno censurati da Facebook.
Eva lei è stata una bambina fortunata.
Ha ragione pero' quando critica la severità e il controllo totale della sua infanzia,un sistema molto adoperato dai nobili sui figli,specie se intelligenti.Un sistema quasi militare,che effettivamente rovina un infanzia.
Una vendetta,eliminando le foto,mi sembra pero' assurda e sposta il problema in altre direzioni ormai non piu' adoperabili.

D.J.Simpson

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«Le foto mi hanno rubato l’infanzia»
La figlia Eva contro Irina Ionesco

Lunedì al Palazzo di giustizia di Parigi si è svolto un dialogo surreale. «Negli anni Settanta le reti dei pedofili avevano ancora una grande influenza, ecco perché Irina Ionesco ha potuto realizzare quegli scatti ignobili», accusava l’avvocato di Eva Ionesco, 48 anni. «No, era semplicemente un’epoca più liberale e permissiva», controbatteva il legale della madre, Irina Ionesco, 77 anni. Eva chiede a Irina di ritirare dalla circolazione le foto più scabrose che la vedono protagonista. All’epoca Eva era ancora una bambina ma la madre Irina la ritraeva nuda, in pose provocanti, con le gambe aperte o l’inutile reggiseno abbassato.
Il processo Ionesco riguarda l’incredibile – soprattutto con gli occhi di oggi – vicenda umana e artistica di Irina Ionesco, nata a Parigi da un padre violinista e da una madre trapezista, abbandonata all’età di quattro anni e allevata nell’ambiente del circo, in Romania, dai nonni e dagli zii. Irina divenne contorsionista e cominciò a esibirsi con i suoi due boa in Europa, Africa, Medio Oriente: convalescente dopo un incidente a Damasco, cominciò a interessarsi alla pittura e alla fotografia, incoraggiata dall’artista d’avanguardia Corneille che le regalò la reflex usata da Irina tuttora.
Il grande successo è arrivato nei primi anni Settanta, con le fotografie esplicitamente erotiche della figlia Eva, scattate quando la bambina aveva tra i 4 e gli 11 anni. Lo scandalo che pure provocarono non danneggiò la sua carriera, anzi: Irina Ionesco è diventata un grande nome della fotografia proprio grazie ai sofisticati ritratti in bianco e nero che vedono Eva in reggiseno e mutandine o completamente nuda.
Ma il processo Ionesco riguarda soprattutto l’«infanzia rubata» (come lei stessa la definisce) di Eva Ionesco, eletta suo malgrado a musa erotica della madre.
«Mi ha fatto posare nuda in fotografie al limite della pornografia dall’età di quattro anni – ha raccontato tempo fa Eva a Le Monde -. Tre volte alla settimana, per 10 anni. Ed era un ricatto: se non accettavo non mi avrebbe comprato quel bel vestito che mi piaceva tanto. E soprattutto non l’avrei mai più vista. Mia madre non mi ha mai allevato, il nostro unico rapporto erano le foto. Ma io non ho mai visto un centesimo del ricavato di quelle immagini. Mi ha tenuto praticamente prigioniera, fino a nove anni non avevo il diritto di avere amiche o amici. Un giorno sono scappata dalla finestra e non sono più tornata».
Da anni Eva cerca di rientrare in possesso delle foto per ritirarle dalle vendita e dalla diffusione. L’anno scorso la donna ha portato sullo schermo la sua vicenda nel film «My Little Princess» (foto di apertura), presentato a Cannes, con Isabelle Huppert nel ruolo della madre.
Irina Ionesco è sempre stata molto reticente a parlare degli anni delle foto con Eva: «Era un’altra epoca», è la sua dichiarazione-manifesto. I suoi avvocati si arrampicano sugli specchi disquisendo sul valore dell’arte e sull’impossibilità di censurare i capolavori di Irina Ionesco, ma la figlia Eva chiede solo che siano ritirate dal commercio fotografie che la ritraggono come un oggetto sessuale, e per le quali non ha mai dato il suo consenso.
Alla vicenda Eva-Irina si ispirò liberamente nel 1978 anche Louis Malle per il film «Pretty Baby», protagonista Brooke Shields, a sua volta fonte di scandalo. Arte, pedofilia o entrambe le cose insieme? .


http://helaberarda.blogspot.it/2017/12/eva-ionesco-vs-irina-ionesco.html

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iPASSIONI DI IRINA Di Irina Ionesco
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IRINA IONESCO STYLE 80 
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BROOKE SHIELDS : SEX SYMBOL IN TRIBUNALE
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IL MUSEO CEREBRALE DI ARTHUR TRESS : SCANDALOSAMENTE CASTO 
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WOMEN VIPS PORTRAITS : ACTRESSES,MODELS,MUSICIANS,POETESSES,POLITICIZED,DISTURBED,ETC...
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COLLAGES AND OTHER SCIENCES
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PIERRE MOLINIER : TRAVESTISSEMENTS D'UN SURREALISTE MAUDIT Di Jean Hubert Martin 
IL FOTOMONTAGGIO
CARLO MOLLINO : NUDO D'UTOPIA Di Paola Biondi
PLATT-LYNES : UNA VITA BRUCIATA NEL MONDO DEI SOGNI Di Alberto Gnugnoli
RENE' MAGRITTE : UNA PIPA CHE NON E' UNA PIPA E DELLE FOTO CHE NON SONO DELLE FOTO?
QUEL PAZZO ERMETICO MR. LESLIE KRIMS
CAMILLE CLAUDEL : DISTRUZIONE DI UNA SCULTRICE
COLETTE PEIGNOT : NEGLI OCCHI IMPURI DI LAURE Di Giuseppe Scaraffia
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UN UOMO CHIAMATO AMANDA Di Franco Grattarola
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TOTEM INCONTRA ROLAND TOPOR : ....DISEGNARE FANTASMI! Di F.Marsciani
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CONVERSAZIONE CON LUIS BUNUEL Di Carlos Fuentes 
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ANNIVERSARIO DELLA NORTE DI FRANCESCA WOODMAN (3 Aprile 1958 - 19 Gennaio 1981) / LE IMMAGINI Di Chiara Coronelli 
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I GIORNI DI HENRY MILLER Di Giovanni Mariotti e Helmut Newton 
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SALVADOR DALI' UN TESORO NEI BAFFI Di Oriana Fallaci
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I RITRATTI FOTOGRAFICI FETISH DI STEVE DIET GOEDDE
EMMANUEL ANGELICAS : DA SYDNEY VERSO IL MONDO
LE COPPIE IMPROBABILI DI MARK LAITA
GILLES BERQUET : AMICHE
ELLEN VON UNWERTH : VENDETTA Di Paola Bonini
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mercoledì 13 dicembre 2017

1977 : JONI MITCHELL / CANZONI,TENERI FRAMMENTI,FANTASMI DI LIBERTA' + BONUS AUDIO CONCERTO GREEK THEATRE BERKELEY CALIFORNIA 1979

L'avvicinamento al jazz (1976 - 1977)
Il rapporto con John Guerin termina, così come il tour, e Joni comincia a frequentare la casa sulla costa di Neil Young, sperando di vivere nuove esperienze e con una voglia crescente di viaggiare. Nella casa di Young arrivano due amici intenzionati ad attraversare in auto tutto il paese sino al Maine: Joni decide di unirsi a loro e una volta arrivata a destinazione ritorna indietro da sola. Joni Mitchell racconta: "Scrivevo i brani mentre viaggiavo da sola in macchina attraverso gli Stati Uniti, per questo motivo non c'è il pianoforte in queste canzoni."
Le canzoni di cui parla Joni sono quelle che, assieme ad alcune già presentate live nel 1976, andranno a formare l'album Hejira. Joni registra l'album nell'estate 1976 con la band che l'accompagnava dal 1973, ma il suono che ottiene non la soddisfa più. Desiderava delle atmosfere che riflettessero lo spirito delle canzoni concepite "on the road".
Dopo aver terminato le registrazioni dei nove brani che compongono Hejira, un amico le presenta un giovane e talentuoso bassista, Jaco Pastorius. Joni entra immediatamente in sintonia con il suo peculiare stile: per anni era andata alla ricerca di un suono simile e sentire Pastorius suonare è l'avverarsi di un sogno. Il basso di Jaco viene sovrainciso su quattro delle nove canzoni di Hejira, e l'album viene pubblicato il 22 novembre.
Pochi giorni dopo i componenti di The Band danno inizio al loro concerto d'addio e Joni Mitchell partecipa all'evento, assieme a Bob Dylan, Van Morrison, Neil Young, Eric Clapton e altri artisti di spicco. Il tutto viene registrato dall'abile cinepresa di Martin Scorsese e dopo un anno e mezzo trasformato nel celebre film-documentario The Last Waltz. In questa occasione Joni si esibisce cantando nei cori di Helpless di Neil Young e poi, accompagnata da The Band, suona Coyote, Shadows and Light e Furry Sings the Blues.
Hejira viene salutato come un ritorno alla lucidità da parte della Mitchell, rassicurando così critica e pubblico. Il disco arriva alla tredicesima posizione della Billboard chart e diventa disco d'oro dopo solo tre settimane di vendita.
Nell'estate del 1977 Joni comincia a lavorare a quello che sarà il suo unico doppio album in studio. Disposta a rischiare per portare a termine il contratto con l'Asylum, raggruppa alcune canzoni scartate dai precedenti progetti e le rielabora con la collaborazione della band che aveva partecipato ad Hejira (compreso Jaco Pastorius) con l'aggiunta del batterista Don Alias e il sassofonista Wayne Shorter. Pubblicato nel dicembre 1977 col titolo Don Juan's Reckless Daughter, il lavoro è un tripudio di sperimentalismo, improvvisazione jazz, ritmi tribali e melodie oniriche (da ricordare Paprika Plains, un pezzo della durata di 17 minuti che ripercorre un sogno fatto dalla Mitchell). Ciononostante, il doppio LP riuscì a raggiungere la posizione 25 della Billboard chart e divenendo disco d'oro in tre mesi.
Alcuni mesi dopo l'uscita di Don Juan's Reckless Daughter, Joni viene contattata dal grande jazzista Charles Mingus, rimasto colpito dal suo coraggio artistico. Mingus desidera la sua collaborazione nell'interpretazione musicale dell'opera Quattro quartetti di T.S. Eliot. Questa richiesta di Mingus porterà il decisivo cambiamento nella musica di Joni Mitchell, segnando ancora una volta una rottura col passato e con le aspettative del pubblico e della critica.


1977 : JONI MITCHELL / CANZONI,TENERI FRAMMENTI,FANTASMI DI LIBERTA' + BONUS AUDIO CONCERTO  GREEK THEATRE BERKELEY CALIFORNIA 1979

Joni Mitchell
Berkeley Jazz Festival 
Greek Theatre
Berkeley, CA, USA 
1979-05-27 

Joni Mitchell - guitars, vocals
Jaco Pastorius - bass
Herbie Hancock - piano
Tony Williams - drums
Don Alias - percussion

01 Coyote
02 Goodbye Porkpie Hat
03 God Must Be A Boogie Man
04 Chair In The Sky
05 Black Crow
06 The Dry Cleaner From Des Moines
07 Woodstock
08 Twisted



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JONI MITCHELL : TRA LE STRADE DI BERKLEY O SUL PALCO DI WEMBLEY
INTERVISTA A JONI MITCHELL / 1979
JONI MITCHELL MEGAPOST + BONUS CONCERT AUDIO BOSTON MUSIC HALL 19 FEBRUARY 1976
JONI MITCHELL 1982 : WILD THINGS RUN FAST - RECENSIONE,INTERVISTA,TESTI E IL LIVE AUDIO ALL'ARENA DI VERONA DEL 7 MAGGIO 1983
IL CONCERTO A WEMBLEY DEL 14 SETTEMBRE 1974 Con CROSBY STILLS NASH & YOUNG,JONI MITCHELL,THE BAND,TOM SCOTT,JESSE COLIN YOUNG Di Marco Fumagalli + AUDIO e VIDEO
MEGAPOST FRANK ZAPPA 1968 : LA COMUNE DELLA LOG CABIN NEL LAUREL CANYON, LE MADRI, LE GTO's E I SUOI FAMOSI VICINI DI CASA + LIVE AUDIO CONCERT FULLERTON CALIFORNIA 11 NOVEMBER 1968
JONI MITCHELL MEGAPOST / 2 + BONUS AUDIO CONCERT CARNEGIE HALL NEW YORK CITY 23 FEBRUARY 1972
THE BAND : THE LAST WALTZ

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martedì 5 dicembre 2017

COMIX - I GRANDI DEL FUMETTO MONDIALE / 2 : IVAN BRUN - WHITE WASH (2007)

COMIX - I GRANDI DEL FUMETTO MONDIALE / 2 : IVAN BRUN - WHITE WASH (2007)


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COMIX - I GRANDI DEL FUMETTO MONDIALE / 1 : FEROCIUS - FIORE TABU' (1994) - 1a Puntata
ROBERT CRUMB : SE FOSSI RE
LA RAGAZZA Di Robert Crumb
LE METAMORFOSI DI ROBERT CRUMB Di Debra Seagal Ollivier e Michele Borsa
IL RIFUGIO Di Renaud
I VISITATORI DEL BUCO NERO Di Vuillemin
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UN GIALLO Di Foerster
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IL DOTTORE Di Vuillemin
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BULL DIGGER Di Richard Corben
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RODA E IL LUPO Di Richard Corben
http://helaberarda.blogspot.it/2012/07/roda-e-il-lupo-di-richard-corben.html
STERMINIO Di Richard Corben
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F.STELLA VITA E GITE Di Andrea Pazienza
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A RENATO NICOLINI - LA PROLISSEIDE Di Andrea Pazienza
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GIORNO UN DISTILLATO DI ANGOSCIE Di Andrea Pazienza
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GIALLO SCOLASTICO di Andrea Pazienza
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NARCEDELLICA! Di Lèandros
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VERDE MATEMATICO Di Andrea Pazienza
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LA SPAZZATURA Di Hubert & Juillard
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HP E GIUSEPPE BERGMAN Di Milo Manara
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DRAGONELLA Di Wallace Wood
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AMORE PER L'ARTE Di Ventura & Nieto
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LA RAGAZZA Di Robert Crumb
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PICCOLI PICCOLI SOTTO IL PAVIMENTO Di Foerster
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COLPO DI FULMINE Di Vuillemin
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AMORE PER L'ARTE Di Ventura & Nieto
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LA RAGAZZA Di Robert Crumb
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PICCOLI PICCOLI SOTTO IL PAVIMENTO Di Foerster
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BULL DIGGER Di Richard Corben
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RODA E IL LUPO Di Richard Corben
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STERMINIO Di Richard Corben
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COWGIRL AT WAR Di Russ Heath
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FAIR PLAY Di Jones,Sullivan & Stevens
http://helaberarda.blogspot.it/2014/01/fair-play-di-jonessullivan-stevens.html
IL CONCORSO Di Alain Voss
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UN GIORNO COME GLI ALTRI Di Stan & Vince
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domenica 3 dicembre 2017

GIOCONDA : MONA LISA PARADE


Gioconda

La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di legno di pioppo realizzato da Leonardo da Vinci. Di dimensioni di 77 cm. d'altezza. x 53 cm. di base e 13 mm. di spessore, è databile al 1503-1506 circa e conservata al Museo del Louvre di Parigi.
Opera iconica ed enigmatica della pittura mondiale, si tratta sicuramente del ritratto più celebre della storia nonché di una delle opere d'arte più note in assoluto. Il sorriso impercettibile del soggetto, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di critica, letteratura, opere di immaginazione e persino studi psicoanalitici; sfuggente, ironica e sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata e idolatrata ma anche derisa o aggredita.
La Gioconda rappresenta una meta obbligata per migliaia di persone al giorno, tanto che nella grande sala in cui è esposta un cordone deve tenere a notevole distanza i visitatori; nella lunga storia del dipinto non sono infatti mancati i tentativi di vandalismo, nonché un furto rocambolesco che in un certo senso ne ha alimentato la leggenda.

Storia
L'inizio a Firenze e l'identificazione del soggetto
L'opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè "Monna" Lisa (un diminutivo di "Madonna" derivante dalla parola latina "Mea domina" che oggi avrebbe lo stesso significato di "Signora"), moglie di Francesco del Giocondo (quindi la "Gioconda"). Leonardo dopotutto, in quel periodo del suo terzo soggiorno fiorentino, abitava nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria, che erano proprio di un ramo della famiglia Gherardini di Montagliari.
Questa, apparentemente di facile identificazione, in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica, ha come fonti antiche un documento del 1525 in cui vengono elencati alcuni dipinti che si trovano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti detto "Salaì", allievo di Leonardo che seguì il maestro in Francia, dove l'opera è menzionata per la prima volta "la Joconda"; lo stesso Vasari scrisse che "Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò", dilungandosi poi in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche.
Alcuni dubbi sono sorti a partire dalla descrizione di Vasari, che parla della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinta (ma la Gioconda non ne ha) e che esalta le fossette sulle guance (pure assenti). Ciò è comunque spiegabile con la particolare storia del dipinto, che seguì Leonardo fino alla sua morte in Francia e che venne ritoccata per anni e anni dall'artista. Vasari infatti potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell'opera com'era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città; analisi ai raggi X hanno mostrato che ci sono tre versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale.
A sostegno delle testimonianze del Vasari, nel 2005 Veit Probst, storico e direttore della Biblioteca di Heidelberg in Germania, ha pubblicato un altro appunto del cancelliere fiorentino Agostino Vespucci, datato 1503, che conferma l'esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo:
« (Come) il pittore Apelle. Così fa Leonardo da Vinci in tutti i suoi dipinti, ad esempio per la testa di Lisa del Giocondo e di Anna, la madre della Vergine. Vedremo cosa ha intenzione di fare per quanto riguarda la grande sala del Consiglio, di cui ha appena siglato un accordo con il gonfaloniere. Ottobre 1503. »
(Agostino Vespucci)
Altre identificazioni storicamente proposte sono state Caterina Sforza, la sorellastra Bianca e la madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca; più recente è quella con Isabella d'Aragona, duchessa di Milano nell'anno 1489. Si è supposto, inoltre, che la nobildonna ritratta appartenesse al casato degli Imperiali. Altri farebbero risalire l'identità a Bianca Giovanna Sforza, figlia legittimata di Ludovico il Moro. Anche Pacifica Brandani, amante del duca Giuliano de' Medici, rientrerebbe come probabile soggetto.

La Gioconda in Francia
Fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che potrebbe essere stata poi acquistata, assieme ad altre opere, da Francesco I.
Si sa che un secolo dopo, nel 1625, un ritratto chiamato "la Gioconda" fu descritto da Cassiano dal Pozzo tra le opere delle collezioni reali francesi. Altri indizi fanno pensare che fin dal 1542 si trovasse tra le decorazioni della Salle du bain del castello di Fontainebleau.
Più tardi Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles, ma dopo la rivoluzione francese venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma nel 1804 tornò al Louvre. Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 fu messo al riparo in un sito nascosto.

Il furto
Nella notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, prima di un giorno di chiusura del museo, la Gioconda venne rubata. Della sottrazione si accorse lunedì stesso un copista, Louis Béroud, che aveva avuto il permesso per riprodurre l'opera a porte chiuse. La notizia del furto fu ufficializzata solo il giorno dopo, anche perché all'epoca non era infrequente che le opere venissero temporaneamente rimosse per essere fotografate.
Era la prima volta che un dipinto veniva rubato da un museo, per di più dell'importanza del Louvre, e a lungo la polizia brancolò nel buio. Fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire che venne arrestato dopo aver dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte nuova e condotto in prigione il 7 settembre 1911; il suo arresto si basava su una calunnia, causata da una ripicca, da parte dell'amante Honoré Géri Pieret, che lo accusò di aver ricettato alcune statuette antiche rubate dal museo. Anche Pablo Picasso venne interrogato in merito, ma, come Apollinaire, fu in seguito rilasciato. Sospetti caddero anche sull'Impero tedesco, nemico della Francia, ipotizzando un furto di Stato. Mentre crescevano sospetti e polemiche poiché si scoprì che le uniche misure di sicurezza adottate dal museo consistevano nell'aver addestrato al judo un gruppo di guardie, si iniziò a ritenere il capolavoro perso per sempre. Franz Kafka vide una cornice vuota e dopo un po' il posto lasciato dalla Gioconda sulla parete fu preso dal Ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello.
In realtà, un ex-impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza, cittadina nei pressi di Luino, convinto che il dipinto appartenesse all'Italia e non dovesse quindi restare in Francia, lo aveva rubato, rinchiudendosi nottetempo in uno sgabuzzino e, trascorsavi la notte, uscendo dal museo a piedi con il quadro sotto il cappotto; egli stesso ne aveva montato la teca in vetro, quindi sapeva come sottrarlo.. Uscì in tutta calma; chiese anche a un idraulico un aiuto per uscire dal museo, essendo sparita la maniglia del portone d'ingresso, e all'uscita sbagliò tram, optando poi per un più comodo taxi Messa l'opera in una valigia, posta sotto il letto di una pensione di Parigi, la custodì per ventotto mesi e successivamente la portò nel suo paese d'origine, a Luino, con l'intenzione di "regalarlo all'Italia", ottenendo da qualcuno delle garanzie che il quadro sarebbe rimasto nel suo paese; riteneva infatti, erroneamente, che l'opera fosse stata rubata durante le spoliazioni napoleoniche.
Ingenuamente, nel 1913 si recò a Firenze per rivendere l'opera per pochi spiccioli. Si rivolse all'antiquario fiorentino Alfredo Geri, che ricevette una lettera firmata "Leonardo" in cui era scritto che «Il quadro è nelle mie mani, appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano» con una proposta di restituzione a fronte di un riscatto di 500 000 lire «per le spese». Incuriosito, l'11 dicembre 1913, l'antiquario fissò un appuntamento nella sua stanza numero 20 al terzo piano dell'Hotel Tripoli, in via de' Cerretani (albergo che poi cambiò il nome proprio in Hotel Gioconda), accompagnato dall'allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi. I due si accorsero che l'opera non era uno dei tanti falsi in circolazione, ma l'originale e se la fecero consegnare per "verificarne l'autenticità". Nell'attesa il Peruggia se ne andò a spasso per la città, ma venne rintracciato e arrestato. Il ladro, processato, venne definito "mentalmente minorato" e condannato ad una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotti a sette mesi e quindici giorni. La sua difesa si basò tutta sul patriottismo e suscitò qualche simpatia (si parlò di "peruggismo"). Egli stesso dichiarò di aver passato due anni "romantici" con la Gioconda appesa sul suo tavolo di cucina.
Approfittando del clima amichevole che allora regnava nei rapporti tra Italia e Francia, il dipinto recuperato venne esibito in tutta Italia; prima agli Uffizi a Firenze, poi all'ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese (in occasione del Natale), prima del suo definitivo rientro al Louvre. La Monna Lisa arrivò in Francia a Modane, su un vagone speciale delle ferrovie italiane, accolta in pompa magna dalle autorità francesi, per poi giungere a Parigi dove, nel Salon Carré, l'attendevano il presidente della repubblica francese e tutto il governo.
Sicuramente il furto contribuì alla nascita e alimentazione del mito della Gioconda; dalla cultura più alta, per pochi eletti, la sua immagine entrò decisamente nell'immaginario collettivo.[15]

Vicende recenti
Durante la prima e la seconda guerra mondiale, il dipinto venne di nuovo rimosso dal Louvre e conservato in luoghi sicuri. Durante il secondo conflitto in particolare fu depositata al castello di Chambord, poi ad Amboise, a cui seguirono l'abbazia di Loc-Dieu, il Museo Ingres di Montauban e di nuovo Chambord, prima di finire sotto il letto del conservatore del Louvre nel castello di Montal e tornare a Parigi nel 1945.
Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne seriamente danneggiata a seguito di un attacco con dell'acido. Diversi mesi dopo qualcuno lanciò un sasso contro il dipinto; attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza. Sull'episodio fornì una lettura psicoanalitica Salvador Dalí: «Molte persone se la sono presa con la Gioconda, anche lapidandola come qualche anno fa, caso tipico di flagrante aggressione contro la propria madre. [... Leonardo], inconsciamente, ha dipinto un essere che riveste tutti gli attributi materni. Ha due grandi seni e posa su chi la contempla uno sguardo totalmente materno. Però sorride in modo equivoco. [...] Ora cosa succede al povero infelice che è posseduto dal complesso di Edipo [...]? Egli entra in un museo. Un museo è una casa pubblica. Nel suo subcosciente, è un bordello. E in questo bordello vede il prototipo dell'immagine di tutte le madri. La presenza angosciante di sua madre che gli lancia uno sguardo dolce e gli rivolge un sorriso equivoco, lo spinge a un atto criminale. Commette un matricidio, prendendo la prima cosa che gli capita fra le mani, un ciottolo, e rovinando con esso il quadro. È una tipica aggressione da paranoico».
Nel 1962 il quadro fu prestato agli Stati Uniti dove, accolto da John Fitzgerald Kennedy, Jacqueline Kennedy e Lyndon Johnson, fu esposto alla National Gallery di Washington e al Metropolitan Museum di New York, dove attrasse un milione e settecentomila visitatori; nel 1974 fece la sua ultima tournée, con tappe a Tokyo e a Mosca.
Studi del settembre 2006, effettuati dal Centro Nazionale di Ricerca e Restauro dei Musei di Francia, hanno rilevato come in un primo tempo tutto il volto della donna dovesse essere ricoperto da un sottile velo, che all'epoca era portato dalle donne in dolce attesa o che avevano appena dato alla luce un figlio; inoltre, dietro il dipinto si è potuto vedere uno schizzo inciso sul legno da Leonardo, il quale prima di dipingere il quadro ne avrebbe abbozzato la struttura. Nello schizzo la figura femminile indossa una cuffia, poi oggetto di un ripensamento.
Per evitare il deterioramento causato dai numerosi flash che colpiscono l'opera, è stata inserita una protezione in vetro di fabbricazione italiana resistente oltretutto a vari tipi di esplosivi e a qualsiasi agente corrosivo. Ciò l'ha protetta anche dal lancio di una tazza con cui una visitatrice russa cercò di colpirla nel 2009.

Copie antiche della Gioconda
Nel febbraio 2012, il Museo del Prado ha presentato una copia antica del dipinto appena restaurata, attribuita a una mano molto vicina a quella di Leonardo; forse del Salaì, di Francesco Melzi o di un allievo spagnolo. La copia mostra uno sfondo dai colori chiari, molto simile a come doveva apparire in origine anche sul dipinto del Louvre. Esistono inoltre la cosiddetta Gioconda svizzera (nota anche come Monna Lisa anteriore o Gioconda giovane, custodita a Ginevra) e la Gioconda di San Pietroburgo, anch'essa raffigurante una Monna Lisa più giovane e con due colonne ai lati. I due dipinti della Gioconda giovane sono anch'essi di un pittore leonardesco, secondo alcuni esperti, come lo studioso Silvano Vinceti, vi è la possibilità che siano opera di Leonardo stesso.

Omaggi e citazioni
Considerata una tra le più celebri icone dell'arte tradizionale, l'immagine della Gioconda è stata spesso utilizzata dagli artisti contemporanei in funzione simbolica. Il dadaista Marcel Duchamp, ad esempio, l'ha scelta come bersaglio delle proprie provocazioni, aggiungendo a una riproduzione del dipinto i baffi e intitolandola ironicamente L.H.O.O.Q., che pronunciato in francese può suonare anche come "Elle a chaud au cul" che tradotto significa "Lei ha caldo al culo", ovvero "è eccitata".
Anche Andy Warhol riprodusse il dipinto in serie, come poster, mentre Banksy ne fece una versione "mujaheddin", con lanciarazzi in spalla. Botero la ridipinse paffuta e Basquiat la rese un'icona graffiante, dal sorriso sinistro.
Numerosissimi gli utilizzi e le citazioni dell'icona-simbolo nel mondo del cinema, della musica, della televisione e della pubblicità. In particolare, il cantautore Ivan Graziani si ispirò allo storico furto per la canzone Monna Lisa, del 1979, immaginando un maniaco che si chiude nel museo e inizia a deturpare l'opera, da cui trae anche il calembour "Monna Lisa... lisa".

Descrizione e stile
Il ritratto mostra una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra, ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani sono dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apre un vasto paesaggio fluviale, con il consueto repertorio leonardesco di picchi rocciosi e speroni. Indossa una pesante veste scollata, secondo la moda dell'epoca, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossa un velo trasparente che tiene fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trova appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa.
Alla perfetta esecuzione pittorica, in cui è impossibile cogliere tracce delle pennellate grazie al morbidissimo sfumato, Leonardo aggiunse un'impeccabile resa atmosferica, che lega indissolubilmente il soggetto in primo piano allo sfondo, e una profondissima introspezione psicologica. Se l'impostazione, col paesaggio sullo sfondo, affonda le radici nella ritrattistica umanistica del Quattrocento (come il Doppio ritratto dei duchi d'Urbino di Piero della Francesca), la straordinaria naturalezza del personaggio, così diversa dalle pose ufficiali e "araldiche" dei predecessori, ne fa una pietra miliare della ritrattistica con cui si apre il Rinascimento maturo.
Come scrisse Charles de Tolnay (1951) «nella Gioconda, l'individuo – una sorta di miracolosa creazione della natura – rappresenta al tempo stesso la specie: il ritratto, superati i limiti sociali, acquisisce un valore universale. Leonardo ha lavorato a quest'opera sia come ricercatore e pensatore sia come pittore e poeta; e tuttavia il lato filosofico-scientifico restò senza seguito. Ma l'aspetto formale – l'impaginazione nuova, la nobiltà dell'atteggiamento e la dignità del modello che ne deriva – ebbe un'azione risolutiva sul ritratto fiorentino delle due decadi successive. [...] Leonardo ha creato con la Gioconda una formula nuova, più monumentale e al tempo stesso più animata, più concreta, e tuttavia più poetica di quella dei suoi predecessori. Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l'anima o, quando hanno caratterizzato l'anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l'anima è presente, ma inaccessibile».

Lo sfondo
Il quadro di Leonardo fu uno dei primi ritratti a rappresentare il soggetto davanti a un panorama ritenuto, dai più, immaginario. Una caratteristica interessante del panorama è che non è uniforme. La parte di sinistra è evidentemente posta più in basso rispetto a quella destra. Questo fatto ha portato alcuni critici a ritenere che sia stata aggiunta successivamente.
La Gioconda si trova in una specie di loggia panoramica, come dimostrano le basi di due colonne laterali sul parapetto; una copia seicentesca mostrerebbe la composizione originaria in cui è visibile la parte architettonica successivamente mutilata.
Considerando la grande cura di Leonardo per i dettagli, molti esperti ritengono che non si tratti di uno sfondo inventato, ma rappresenti anzi un punto molto preciso della Toscana, cioè là dove l'Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. C'è un indizio preciso sulla destra della Gioconda oltre la spalla, è un ponte basso, a più arcate, cioè un ponte antico, a schiena d'asino di stile romanico, un ponte identico al ponte a Buriano che scavalca tutt'oggi l'Arno e che venne costruito a metà del XIII secolo, quando Arezzo attraversava un periodo di grande prosperità. Sopra le sue arcate passa l'antica via Cassia che collega Roma, Chiusi, Arezzo e Firenze.
Leonardo conosceva bene questo ponte, perché aveva studiato a fondo questa zona, come testimonia un disegno datato tra il 1502 e il 1503 che descrive il bacino idrico della Val di Chiana (oggi alla Royal Library di Windsor), in cui si intravede anche il ponte a Buriano; è una prova che Leonardo aveva ben in mente la geografia di questi luoghi. Poco distante dal ponte, l'Arno riceve le acque di un immissario, il canale della Chiana nel quale confluiscono le acque dell'omonima valle. Se si risale il corso di questo canale, andando a ritroso, bisogna superare una serie di meandri e poi ci si infila in una gola, la Gola di Pratantico. Se si osserva il lato sinistro della Gioconda, si vede un corso d'acqua con meandri che si infila in una stretta gola. Inoltre i rilievi a sinistra della Gioconda sono verticali, aguzzi, scavati dall'erosione e in effetti, oltre il ponte, continuando la vecchia via Cassia, si arriva in un'area in cui si possono osservare i calanchi, delle bizzarre formazioni rocciose, erose dalle piogge e dai millenni.
Leonardo deve essere rimasto molto colpito da queste forme, come artista per la loro spettacolarità, e come studioso, per il modo in cui si sono formate, che ben si adattava al suo pensiero, cioè che la terraferma non è immobile, ma si rimodella e si trasforma in modo tumultuoso sotto l'azione erosiva dell'acqua. È un tipo di rilievi, verticali e frastagliati, che si ritrovano in altre opere di Leonardo, come la Madonna dei Fusi, il Cartone di sant'Anna e la Vergine delle Rocce. Grazie ai vari elementi individuati (ponte, confluenza e gola) è stato possibile ricostruire, con un computer, l'angolo di prospettiva e capire il punto esatto dell'osservazione di Leonardo, che corrisponde al borgo di Quarata, dove all'epoca era eretto un castello, oggi scomparso, e che forniva un ottimo punto di osservazione rialzato.
Si tratta ovviamente di un'ipotesi, gli indizi sono molto incoraggianti, ma non si tratta di "prove schiaccianti"; in effetti, alcuni ritengono che i paesaggi di Leonardo non siano aretini, ma prealpini,[26] dei dintorni di Lecco, delle paludi pontine o, come è forse più probabile, di luoghi inventati e idealizzati sulla base di ricordi e sensazioni e della composizione di elementi appartenenti ad aree diverse che l'artista aveva potuto osservare nel corso dei suoi viaggi.
Altre ipotesi hanno pensato che il paesaggio vada letto attraverso uno specchio; forse venne ricavato con la camera oscura leonardiana. In questo caso potrebbe assomigliare al Lago di Iseo col profilo della Corna Trentapassi.
Alcuni hanno affermato, confrontando i paesaggi del dipinto con alcune fotografie, che i paesaggi sarebbero quelli del Montefeltro, nell'antico Ducato di Urbino. Sarebbero infatti riconoscibili il fiume Marecchia, il Sasso Simone e Simoncello e il massiccio del Fumaiolo.

Stato di conservazione
La Gioconda fu dipinta su una tavola di pioppo molto sottile e col tempo il pannello è andato imbarcandosi; si è inoltre aperta una fessura, ben visibile sul retro. Altri danni sono stati causati dagli attacchi vandalici (si veda la sezione Storia). Per questo il dipinto è oggi conservato dietro una teca di vetro infrangibile, in un'atmosfera a temperatura e umidità controllate. Ne consegue che il prestito dell'opera ad altri musei è divenuto un evento alquanto improbabile. Nel 2011, ad esempio, ne è stato negato il prestito agli Uffizi, che volevano esporla nel 2013, in occasione del centenario del ritrovamento dopo il famigerato furto.

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