martedì 13 giugno 2017

18 SETTEMBRE 1944 : L'ATROCE LINCIAGGIO DI DONATO CARRETTA


Donato Carretta

Donato Carretta (Lavello, . – Roma, 18 settembre 1944) è stato un funzionario italiano, direttore del carcere di Regina Coeli fino alla liberazione di Roma, noto per essere stato linciato durante il processo all'ex questore della città Pietro Caruso.

Il processo a Pietro Caruso
Il 18 settembre 1944 a Roma alle 9 del mattino doveva aprirsi il processo a carico di Pietro Caruso, ex questore della capitale, e di Roberto Occhetto, suo segretario, entrambi accusati di corresponsabilità in decine di omicidi perpetrati dai repubblichini e della compilazione, insieme all'Obersturmbannführer Herbert Kappler e del Ministro degli interni Guido Buffarini Guidi, della lista di persone destinate ad essere uccise nell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Prima dell'apertura del tribunale una folla, tra cui molti parenti delle vittime, torturate o trucidate prima della liberazione di Roma, premeva sull'esiguo cordone di forze dell'ordine a presidio dell'edificio. Il cordone non riuscì a contenere la massa di persone che si riversò all'interno al grido di "morte a Caruso" ma l'ex questore non era ancora presente in aula, trovandosi, ancora convalescente a causa delle ferite riportate nell'incidente con la sua automobile, avvenuto durante la sua cattura, in una branda collocata in una stanza secondaria.

Il linciaggio
Comparso in aula in qualità di testimone per l'accusa contro Caruso, Carretta venne riconosciuto da alcune persone presenti e additato come responsabile della morte di persone detenute all'interno del carcere; egli tuttavia, secondo un attestato fornitogli anche da Pietro Nenni, aveva, nell'imminenza della liberazione, scarcerato, allo scopo di evitare possibili rappresaglie da parte di tedeschi e fascisti, tutti i detenuti, collaborando anche con il Comitato di Liberazione Nazionale.
Carretta venne assalito e a nulla valsero i tentativi di fermare la folla da parte di due ufficiali di collegamento Alleati, il colonnello inglese John Pollock e il tenente statunitense Atkinson, i carabinieri presenti riuscirono brevemente a sottrarlo alla furia e a farlo salire su di una automobile che tuttavia venne circondata dalla folla. Carretta venne trascinato, ormai esanime, sopra le rotaie della linea tramviaria per farlo investire ma il conducente, mostrando alla folla la tessera del Partito Comunista Italiano, si rifiutò di fare partire la macchina. Mentre gruppi di persone cercavano di spingere il tram a braccia, il conducente bloccò i freni, allontanandosi con la manovella in tasca.
Carretta venne gettato nel Tevere, dove tentò ancora di salvarsi aggrappandosi dapprima a uno steccato, da cui venne fatto staccare, e successivamente a una barca, dalla quale venne ancora colpito con un remo, prima di morire. Il cadavere venne successivamente recuperato e appeso alle sbarre di una finestra del carcere di Regina Coeli dove venne visto dalla moglie, salvata a stento anche lei dal linciaggio, e solo allora la folla si disperse.
Solo alcuni dei responsabili del linciaggio furono poi condannati, in un processo che ebbe luogo nel 1946

Non la vedova di un morto alle Ardeatine,ma un attivista PCI indica il Carretta come fascista,Nenni e Pertini in seguito lo assolveranno pienamente,troppo tardi.

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18 settembre 1944: in una Roma controllata dagli anglo-americani inizia, dopo una serie infinita di rinvii, il processo contro Pietro Caruso, già questore capitolino durante il periodo dell’occupazione tedesca. Il dibattimento si tiene nell’aula magna della Corte di cassazione, all’interno del Palazzo di Giustizia, il cosiddetto “Palazzaccio”, in pieno centro cittadino.
Fin dalle prime ore della mattina una folla agitata e tumultuante staziona numerosa nei pressi dell’edificio covando sentimenti di vendetta e di rabbia, a stento tenuta a freno da un servizio d’ordine precario ed insufficiente.
L’attesa è spasmodica. Quello contro Caruso è il primo dei processi politici che si tengono a Roma dopo la liberazione. Tra i testimoni che ci accingono a rilasciare la loro deposizione c’è anche Donato Carretta, già direttore delle carceri romane di regina Coeli prima dell’arrivo degli alleati, che l’accusa ha chiamato a deporre contro l’ex questore.
All’improvviso la gente assiepata nei pressi dell’edificio, dopo aver rotto l’esile cordone delle forze dell’ordine, entra inarrestabile nel palazzo di giustizia, sciama per i corridoi fino a giungere nell’aula dove deve svolgersi il processo. Nella stanza si trova Donato Carretta che, tranquillo, sta aspettando di rilasciare la sua dichiarazione.
In un batter d’occhio la turba scalmanata si avventa su di lui, lo afferra brutalmente e lo sommerge con una impressionante gragnuola di calci, schiaffi, pugni, sputi ed insulti.
Un ufficiale americano tenta di sottrarre il malcapitato dalle mani della folla ma ben presto, travolto dall’impeto, deve desistere.
Il poveretto, spogliato dai vestiti, è trascinato fuori dal palazzo, in strada, dove viene pestato a sangue.
Alcuni carabinieri cercano di intervenire e ad un certo momento l’operazione sembra andare a buon fine. Dopo sforzi titanici riescono a caricarlo di peso su di un’automobile che, però, non si mette in moto e resta così alla mercé della folla inferocita.
Per il povero Carretta non c’è più scampo. Un ultimo tentativo lo compie il colonnello Pollock, comandante del corpo di polizia alleata a Roma.
Egli cerca di impedire il compimento del misfatto ma le sue parole rimangono inascoltate.
Le forze dell’ordine, del resto, già esigue ed impreparate, si erano letteralmente volatilizzate.
La folla sempre più padrona del campo afferra Carretta ormai stravolto e tumefatto e lo colloca sulle rotaie del tram mentre sta per sopraggiungere il mezzo.
L’autista prontamente aziona il freno per non investire il corpo.
Alcuni scalmanati salgono sul tram e minacciano il conducente intimandogli di proseguire la corsa.
L’autista, tale Angelo Salvatori, si rifiuta e, al grido di “morte al fascista”, viene gonfiato di botte.
I facinorosi sono fermamente intenzionati ad andare avanti e così si mettono alla guida del mezzo.
Non riuscendo a dirigerlo sull’obiettivo cercano di spingere il vagone con la sola forza delle braccia addosso al Carretta che intanto giaceva inanimato a terra.
Neanche questa manovra, però, ha buon esito in quanto il coraggioso autista, nel tentativo di salvare la vita a quell’uomo, aveva bloccato i freni mettendosi in tasca la manovella.
E in effetti rischia di grosso perché la folla, sempre più imbestialita, rivolge le sue ire contro di lui.
Riesce a salvarsi dal linciaggio mostrando ai giustizieri la tessera di iscrizione al partito Comunista.
Fallito il tentativo la gente torna ad impossessarsi di Carretta. Le opinioni sono discordanti.
C’è chi vuole ucciderlo sul posto, chi vuole farlo letteralmente a pezzi.
Poi prevale la risoluzione di gettarlo nel Tevere che scorre lì nei pressi.
Compiuto il breve tragitto, tra improperi, insulti e manrovesci, salgono su di un ponte e gettano il Carretta ormai privo di sensi nelle acque limacciose del fiume.
Il poveretto a contatto con l’acqua fredda si rianima e tenta disperatamente di aggrapparsi ad uno steccato per non annegare.
La folla, però, insiste perché l’opera venga portata a compimento.
Un paio di persone scendono sul greto e colpendo con violenti calci il Carretta lo inducono a mollare la presa.
A quel punto la corrente lo trasporta al centro del fiume.
Il pover’uomo che aveva riacquistato una certa lucidità prova a nuotare nel tentativo di mettersi in salvo.
Non aveva fatto i calcoli, però, con la ferocia della marmaglia capitolina, degna discendente di quei signori che, affascinati dalla vista del sangue, affollavano festanti e goduriosi le arene della Roma antica.
Qualcuno salta su una barca, raggiunge il Carretta e lo percuote con una serie violenta di colpi di remi.
Sfinito dalla fatica e tramortito dalle botte Carretta tenta disperatamente di aggrapparsi al bordo della barca, implorando pietà.
Il barcaiolo, però, non si fa intenerire e con alcune tremende remate lo sospinge sott’acqua.
Ormai è finita. Il corpo privo di vita viene trascinato dalla corrente e recuperato più giù, presso ponte Sant’Angelo.
Ma la folla non è ancora sazia.
Qualcuno grida di portarlo a Regina Coeli.
Il corpo allora viene trascinato lungo il selciato lasciando una copiosa scia di sangue.
Giunti al carcere al cadavere completamente nudo e irriconoscibile a causa delle percosse, viene legato un cappio al collo e appeso a testa in giù ad un’inferriata vicino al portone d’ingresso.
Quindi è preso di mira da una sassaiola che, via via, si fa sempre più fitta, condita di sputi, calci ed insulti vari.
Qualcuno trova persino il “coraggio” di orinare sul corpo privo di vita.
Il tutto accadeva mentre la moglie del Carretta, che abitava in un appartamento all’interno di regina Coeli, assisteva alla scena dalla finestra che dava sulla strada.
Soltanto a questo punto la polizia interviene e provvede a disperdere la folla.
Il cadavere viene recuperato, caricato su di una ambulanza e trasportato all’istituto di medicina legale.
L’orrore era stato perpetrato e un uomo barbaramente massacrato da una folla inferocita ed avida di giustizia sommaria.
Né quello di Carretta rimase un caso isolato.
Nel corso dei mesi seguenti tante altre persone, il più delle volte colpevoli soltanto di non essersi omologate, faranno la stessa fine ad opera e per mano di chi diceva di lottare per la liberazione del nostro paese.
Ma perché l’odio violento della gente si rivolse proprio contro Donato Carretta? Ancora oggi, a tal riguardo, permangono molti dubbi.
Alcuni affermano che si trattò di un tragico errore di persona. Carretta potrebbe essere stato scambiato per il questore Caruso che quel giorno si trovava nel palazzo di giustizia ma in un’altra stanza.
Altri, invece, collegano il fatto alla sua mansione di direttore del carcere romano: qualcuno, mosso da risentimento personale, potrebbe aver infiammato la folla e determinato l’infame linciaggio.
Non a caso il corpo del Carretta venne portato a Regina Coeli e lì pesantemente oltraggiato.
 Chi non ha dubbi è Giorgio Pisanò che nella sua “Storia della guerra civile in Italia”, così scrive: “Solo molto tempo dopo si venne a sapere che la donna in gramaglie non era affatto la vedova di uno dei trucidati delle Ardeatine ma solo un’attivista del Pci che era stata istruita per provocare l’incidente”.
La donna alla quale fa riferimento Pisanò era quella popolana che, entrata nell’aula del palazzo di giustizia, con le sue grida rivolte contro Carretta, accusato di aver consegnato il marito ai tedeschi dopo l’attentato di Via Rasella, aveva provocato la sollevazione della folla.
E invece non si trattava che di una volgare montatura, di una macchinazione, di una subdola messa in scena per costringere i giudici romani ad accelerare i lavori processuali contro l’ex questore Caruso che, secondo l’opinione generale, procedeva molto a rilento.
Eppure, ironia della sorte, Donato Carretta si era molto adoperato, giovandosi del suo ruolo, in direzione diametralmente opposta.
Una commissione d’inchiesta stabilirà che lo stesso aveva aiutato la resistenza partigiana, liberato dalle carceri i detenuti politici nell’imminenza dell’arrivo delle truppe alleate e collaborato con il Comitato di Liberazione Nazionale.
Si riconobbe, in parole povere, che la folla, sbagliando clamorosamente bersaglio, aveva trucidato una persona innocente.
L’evento finì per provocare un feroce dibattito all’interno della sinistra.
I socialisti con Nenni e Pertini in prima fila, presero immediatamente le distanze esprimendo tutto il loro dolore “per il truce assassinio del Carretta che era stato sempre favorevole agli incarcerati antifascisti e li aveva in molti modi aiutati”.
Molto più duro fu Benedetto Croce che riferendosi a quell’evento definì i comunisti “macchine senza luce intellettuale e senza palpiti di cuore”.
L’unica voce fuori dal coro fu quella di Palmiro Togliatti che, a quel tempo, era ministro del governo Bonomi. Egli, come suo costume, fece un pubblico e disgustoso elogio dell’episodio a dimostrazione della bontà del giudizio del Croce.
Anche Churchill restò molto impressionato “dall’orribile oltraggioso linciaggio” che, però, le sue forze di polizia non vollero o non seppero evitare.
Prima di concludere due parole sulla fine del questore di Roma Pietro Caruso.
Egli doveva essere assolutamente condannato a morte e così, in effetti, andò a finire.
Il 22 settembre del 1944, appena quattro giorni dopo l’assassinio di Carretta, venne fucilato all’interno di Forte Bravetta.
Caruso affrontò il plotone d’esecuzione con grande coraggio e vigorosa forza d’animo.
Morì crivellato dai proiettili gridando “Viva l’Italia”.
Nelle mani stringeva il rosario che qualche ora prima aveva ricevuto in dono dal pontefice Pio XII.



ROMA 1944 LA FOLLA UCCIDE
La morte di Donato Carretta fu orribile. Talmente raccapricciante, scrisse un cronista dell' epoca, che era dai tempi di Cola di Rienzo e della sua tragica fine che a Roma non si verificava un evento simile. Carretta era stato, durante l' occupazione nazista della capitale, direttore del carcere di Regina Coeli e la mattina del 18 settembre 1944, mentre si apriva il processo contro Pietro Caruso, uno dei responsabili della strage delle Fosse Ardeatine, venne circondato da una grande folla, massacrato di botte e ucciso. La vicenda di Carretta viene ricostruita da Gabriele Ranzato, storico dell' Università di Pisa. Il suo libro si intitola Il linciaggio di Carretta. Roma 1944 - Violenza politica e ordinaria violenza (Il Saggiatore, pagg. 248, lire 25.000: esce la prossima settimana).
Ranzato racconta con tecnica romanzesca l' aggressione, insegue i motivi che scatenano quella esecuzione sommaria, ripercorre le movenze da psicologia di massa che alimentano la furia delle decine di persone che partecipano all' assassinio. E poi dà, per così dire, senso a quell' episodio inserendolo nel dibattito sull' epurazione e confrontandolo con tanti altri casi di "giustizia politica" che si verificano in Italia dopo la guerra. Infine ragiona sulle componenti politiche di quel gesto, una traccia opaca e, mano a mano che si scava nelle biografie dei presunti assassini, sempre più impercettibile in una foresta di "ordinaria violenza". Carretta è una figura dai contorni indistinti, una personalità da "zona grigia".
Prima di arrivare a Regina Coeli, dirige il carcere di Civitavecchia, dove sono rinchiusi molti detenuti politici. Fra questi c' è Vittorio Foa, che lo ricorda come "una gelida canaglia". A Roma il suo atteggiamento cambia. Secondo alcune testimonianze, aiuta Giuseppe Saragat e Sandro Pertini a evadere dal carcere nel gennaio del '44.
Forse compie un calcolo trasformista, data la piega che prende la guerra, forse lo coglie un moto sincero di fronte alla crudeltà dei tedeschi, alle Fosse Ardeatine, alla deportazione in Germania di suo figlio. In ogni caso, Carretta è uno dei testimoni d' accusa nei confronti di Caruso. Le sue parole inchiodano il questore di Roma, che gli ordinò di consegnare ai tedeschi cinquanta detenuti. Dovevano essere trasferiti al Nord, aveva assicurato Caruso, finirono alle Ardeatine. Ed è per rendere questa deposizione che quella mattina di settembre Carretta si avvia verso il palazzo di Giustizia, a piazza Cavour. La scena del suo massacro è rutilante. La temperatura della folla che è raccolta davanti e dentro quello che i romani chiamano Palazzaccio è alta. Si inveisce contro Caruso e si teme che il rito del processo penale annacqui le sue responsabilità, trasformi un evento di giustizia in una liturgia burocratica. "Accoppamolo senza tribbunali e senza sentenze", si sente strillare. Quando qualcuno annuncia che l' udienza è rinviata l' ira raggiunge l' apice.
Qualcuno riconosce nella calca Carretta. La sequenza è fissata in alcune foto (le vediamo riprodotte in questa pagina) e in un filmato (se ne parla nel riquadro qui sotto). Si odono i primi colpi, il fragore di uno schiaffo. Carretta è spintonato, schiacciato, sanguina. Si rifugia in una stanza, ma lo scovano e qualcuno tenta di scaraventarlo dalla finestra. Poi lo trascinano per le scale e fuori del palazzo. Carretta perde molto sangue, ma i pochi agenti che sono lì restano inerti. Il pestaggio prosegue davanti al Tevere e, ormai tramortito, Carretta viene gettato nel fiume. L' acqua lo rianima, ma entrano in scena altri personaggi, i bagnanti che prendono il sole sulle banchine. Due uomini lo percuotono mentre tenta di prendere fiato. Carretta si avvicina a una barca dove un uomo protende un remo (lo vuole trarre in salvo o finire?). Si allontana, qualcuno grida "Dài! Dài! Caccialo giù! Caccialo sotto!": per Carretta non c' è scampo, muore ingoiando acqua e fango. Il suo corpo è issato a riva e, ormai denudato, trascinato a Regina Coeli, dove viene appeso a testa in giù ad una inferriata. Come la morte di Cola, anche quella di Carretta ha i tratti simbolici del rito: il rovesciamento del potere, il capovolgimento, la dissacrazione. Ranzato evoca le sevizie medioevali, quelle della Rivoluzione francese. Ma il massacro di Carretta non ha la stessa portata, spiega lo storico. Fra i motivi che spingono gli assassini di Carretta ci sono ragioni politiche. Non sono, però, le uniche ragioni. Cinque soltanto saranno le persone processate (non tutti vengono condannati e le pene inflitte sono molto lievi). Ma solo uno, Enzo Tomei, quella mattina è andato in tribunale spinto dal desiderio di vedere condannato Caruso e, semmai, di fare giustizia da sé. Il suo obiettivo è l' ex questore e Ranzato non esclude che Tomei scambi Carretta per Caruso. Gli altri imputati hanno poco a che fare con la passione politica. L' unica donna del gruppo, Maria Ricottini, ha avuto un figlio ucciso dai tedeschi, ma non perché antifascista: era detenuto a Regina Coeli per reati comuni. E per lo stesso tipo di delitti erano stati nel carcere romano anche Mario Sagna, che si dice comunista (ma il Pci gli ha rifiutato la tessera), Carlo Arconti, l' uomo accusato di aver colpito Carretta con il remo, ma che verrà assolto, e l' ultimo imputato, Romeo Recchi. Fuori dal processo resta la folla, non un aggregato compatto, avverte Ranzato, bensì una massa che si può scomporre. Ci sono i più scalmanati, c' è chi osserva da lontano il linciaggio, chi ha una certa consapevolezza politica dei rituali dissacranti e si adopera per appendere a testa in giù il corpo di Carretta. E c' è chi, invece, è mosso da sentimenti di violenza più gratuita (i bagnanti del Tevere che, riposatisi dai tuffi, decidono di finire quell' uomo piovuto dall' alto di un ponte e del quale forse non sanno nulla, spinti dagli incitamenti della folla che trabocca dai parapetti). L' uccisione di Carretta, scrive Ranzato, è diversa dai tanti episodi di giustizia sommaria successivi alla Liberazione. La figura dell' ex direttore carcerario non ha i tratti netti di gran parte delle altre vittime, collaborazionisti, delatori, spesso torturatori. Ma, pur nelle differenze, non rischia di offuscare insieme agli altri casi di esecuzioni, l' immagine della Resistenza? "Non credo proprio", replica Ranzato. "Induce a riflettere sul peso della violenza politica che spesso si sovrappone ad una violenza altrimenti motivata. Dopo la guerra erano moltissime le armi in circolazione: una storia come quella di Carretta va inserita in questo contesto". Nell' omicidio di Roma, nelle indagini che seguono, Ranzato legge i riflessi dello scontro fra le forze politiche sull' epurazione. Tante personalità del vecchio regime stanno riadattandosi al nuovo sistema. Alti dirigenti, burocrati, poliziotti, magistrati, molti dei quali peggiori di Carretta, restano al proprio posto. E l' indignazione popolare monta. Il processo, che si svolge a distanza di tempo dall' omicidio (la sentenza è nel giugno del 1947), risente del desiderio di ridimensionare il fatto, di chiudere quella pagina salvando l' immagine di Carretta e riducendo l' assassinio a un "delitto di folla", con tutte le attenuanti previste. Sul linciaggio dell' ex direttore cade il silenzio e il cerchio dell' oblio si chiude negli anni successivi quando altri tribunali mandano assolti alcuni dei peggiori seviziatori di Salò.

Il corpo di Donato Carretta appeso davanti al Carcere

Biografia
Figlio del Prof. Cosimo Caruso e di Giuseppina Pisanti, è ultimo di cinque figli. All'età di otto anni fu mandato nel Collegio di San Lorenzo ad Aversa. Acquisito il Diploma di Istituto Tecnico nel 1917, frequentò il corso da allievo ufficiale di complemento (tenuto presso il Palazzo Reale di Caserta) facendo parte della terza compagnia comandata dal Tenente Mercuri. Conseguito il grado di aspirante, fu assegnato a un reggimento di bersaglieri e partì per il fronte nella metà dell'anno 1918, poco prima del termine della prima guerra mondiale.
Nell'immediato dopoguerra prese parte all'impresa di Fiume seguendo Gabriele D'Annunzio. In seguito fu vittima di una truffa intentata nei suoi confronti da tali avvocato Vincenzo Albano e ingegnere De Falco, che gli fece perdere la somma (allora considerevole) di 70.000 lire. Nonostante la condanna di uno dei truffatori, non riuscì a recuperare il denaro perso, motivo per il quale contrasse una forma di malattia nervosa da stress che gli causò anche un'alopecia da cui, in seguito, guarì. Pietro Caruso si iscrisse al Partito Nazionale Fascista sin dal 1º febbraio 1921 aderendo alla squadra d'azione "Serenissima" di Napoli allora comandata da Domenico Mancuso e partecipò alla marcia su Roma il 28 ottobre 1922.
Il 3 marzo 1923 si arruolò nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale con il grado di capomanipolo (essendo ufficiale dei bersaglieri) e successivamente passò nella specialità della Milizia portuaria. Rimase nei ruoli della Milizia portuaria sino al 1925 quando passò alla Milizia ferroviaria nella quale rimase sino al 1927. Da tale data rientrò nei ruoli della Milizia portuaria e fu assegnato nella legione di Genova. Da questa città fu trasferito a Livorno, quindi nuovamente a Genova, poi a Venezia, a Trieste, Sabaudia, a Genova un'altra volta, a Venezia, di nuovo a Trieste, a Zara ed infine a Trieste. A Napoli nel 1933, a seguito di presunti ammanchi, era stato istruito contro di lui un procedimento penale, dal quale uscì con un proscioglimento.
Durante il periodo nel quale prestò servizio a Zara, fece parte del tribunale Straordinario della Dalmazia, istituito dal Governatore Giuseppe Bastianini e composto anche dal generale Gherardo Magaldi (presidente), dal tenente colonnello Vincenzo Serrentino.
A Trieste, dove rimase sino al gennaio 1944, al comando della 3ª Legione Portuaria e raggiungendo il grado di primo seniore corrispondente a quello di tenente colonnello organizzò il sequestro dell'oro agli ebrei locali. A Trieste conobbe Tullio Tamburini, nuovo capo della Polizia della RSI, che presolo in simpatia[nel 1944 lo nominò questore a Verona mantenendo questa carica nella città solo una quindicina di giorni per dirigere l'ordine pubblico in occasione del processo di Verona contro i firmatari dell'Ordine del giorno Grandi Condannati a morte dal tribunale speciale, Caruso assistette all'esecuzione in qualità di questore.

Questore di Roma
Sempre per interessamento di Tamburini fu successivamente destinato alla Questura di Roma e il primo giorno in cui assunse le funzioni (2 febbraio del 1944) gli fu ordinato di recarsi a dirigere un rastrellamento: non riconosciuto, fu lui stesso fermato, trasportato in caserma e rilasciato dopo alcune ore. Quando si insediò alla Questura di Roma constatò che i rapporti tra le autorità italiane e i tedeschi erano di assoluta subordinazione e non di collaborazione in quanto «essi [i tedeschi, n.d.r.] impartivano ordini tassativi ai quali non ammettevano repliche o discussioni di sorta». Pietro Caruso (come risulta dagli atti del suo processo) trovò che già funzionavano in Roma le squadre speciali di Pietro Koch e di Giuseppe Bernasconi. Tali squadre non avevano alcun rapporto di subordinazione con la Questura di Roma e agivano in modo autonomo senza rendere conto alcuno degli arresti e delle requisizioni da esse eseguite. Pietro Caruso, che ebbe a lamentarsi con il capo e con il vicecapo della Polizia del modus operandi di tali formazioni, dovette collaborare con la squadra speciali di Pietro Koch.

Via Rasella
Il 23 marzo 1944 Pietro Caruso si trovava presso i locali del Partito Fascista Repubblicano siti in Via Veneto e subito dopo l'attentato di via Rasella, allertato si recò sul posto. Lungo il percorso Erminio Rossetti, un milite portuario che gli faceva da autista, mentre guidava la vettura di Caruso in Via Quattro Fontane, rimase ucciso da un colpo d'arma da fuoco sparato dai tedeschi che lo avevano preso per un partigiano. In via Rasella il generale Kurt Mälzer che nel frattempo era giunto sul posto, richiese la disponibilità della polizia italiana così Caruso rientrò a via Veneto per dirigere le indagini.
I comandi tedeschi stabilirono di operare la rappresaglia in risposta all'attentato e di condurre alla fucilazione i prigionieri che erano già stati condannati a morte, all'ergastolo o che erano sotto processo per reati passibili di condanna capitale. Verificato un numero insufficiente di prigionieri nelle carceri tedesche di via Tasso, Caruso fu chiamato da Herbert Kappler, comandante tedesco della Gestapo di Roma, a stilare un elenco di almeno 80 persone da giustiziare  Caruso protestò per l'elevato numero di vittime richieste e suggerì di portarne il numero a 50. Nonostante il parere negativo di Kappler Caruso replicò che per il momento si sarebbe dovuto accontentare di 50 nominativi. Al riguardo Caruso dichiarò, nell'udienza del 20 settembre 1944, che in ogni caso avrebbe dovuto parlarne con il Ministro dell'interno Guido Buffarini Guidi che sapeva essere a Roma all'Hotel Excelsior. Intanto Caruso diramò l'ordine alla polizia di proseguire le indagini in via Rasella e di arrestare eventuali sospetti.
Pietro Caruso, nella sua deposizione al processo, così ricostruì gli accadimenti: "Nelle prime ore del mattino per scaricarmi da questa grave responsabilità andai da Buffarini Guidi all'Albergo Excelsior. Là ci furono delle difficoltà perché il ministro dormiva. Forzai la consegna. Egli mi ricevette a letto. Gli dissi quello che era successo, cioè che Kappler mi aveva chiesto prima 80 poi 50 uomini da far fucilare per l'attentato di via Rasella. «Io mi rimetto a voi» dissi. Speravo che il Ministro avesse provveduto direttamente con Kappler. Mi disse "Che cosa posso fare? Bisogna che tu glieli dia se no chissà cosa succede. Sì, sì, dalli". Rientrato in questura Caruso fu richiamato da Kappler il quale gli ricordò di essere sempre in attesa della lista e che nella compilazione sarebbe stato affiancato da Pietro Koch. Caruso replicò di non avere un numero sufficiente di prigionieri con i requisiti richiesti da Kappler così quest'ultimo suggerì di inserire anche dei nominativi ebrei. Caruso diede ordine di preparare una lista provvisoria.
Quando il 24 marzo incominciò l'eccidio delle Fosse Ardeatine la lista in preparazione presso la polizia italiana non risultava ancora pronta pertanto Herbert Kappler decise di far prelevare dai propri uomini i prigionieri direttamente dal carcere di Regina Coeli. Il sottotenente Tunnat, esasperato dai ritardi della polizia italiana nel compilare la lista, decise di prelevare a casaccio una trentina di prigionieri. Caruso fu allertato telefonicamente dal commissario Alianello e i due funzionari di polizia decisero pertanto di operare la sostituzione dei nominativi già presenti nella lista con quelli che erano già stati prelevati dai tedeschi. L'operazione di sostituzione fu lasciata nelle mani del commissario Raffaele Alianello e del direttore del carcere Donato Carretta. Da un controllo risultavano undici gli uomini prelevati e non figuranti sulla lista quindi si operarono le undici sostituzioni. Alianello eliminò gli otto nominativi degli ebrei presenti in lista poiché a suo giudizio non avevano responsabilità e in accordo con Caretta fu escluso anche un nominativo che i due funzionari ritennero meno colpevole. Per raggiungere le undici sostituzioni Carretta escluse un condannato che si trovava in infermeria e un altro che non era all'interno del carcere.
Sempre nell'udienza del 20 settembre 1944 il Caruso, durante la sua deposizione ebbe a dichiarare di non aver preparato lui direttamente la lista delle persone da giustiziare, lista peraltro in parte redatta da Pietro Koch e che per completarla dette incarico al Capo di Polizia Ferrara sostenendo di non conoscere nessuno dell'elenco a eccezione di Maurizio Giglio e che apprese per telefono da commissario Alianello che erano state operate 10 sostituzioni dalla lista predisposta.
Il 4 giugno 1944, mentre gli anglo-americani si apprestavano a entrare in Roma, Caruso, alla guida di una delle ultime autocolonna, si dirigeva verso nord, con una Alfa Romeo. La vettura di Caruso perse il contatto con la colonna a causa delle ripetute incursioni aeree alleate, perdendosi nella zona del lago di Bracciano, per sfuggire ai mitragliamenti aerei, andò a scontrarsi con un albero. Pietro Caruso (insieme a un milite) rimase ferito riportando la frattura del femore ed altre ferite più lievi. Un'ambulanza tedesca lo trasportò all'Ospedale di Viterbo dove Caruso, nonostante avesse un documento falso, fornì le sue vere generalità. Nessuno fece caso all'identità del ferito a eccezione di un avvocato romano, casualmente presente, che lo riconobbe. Partiti i tedeschi che non lo potevano portare con loro, attese l'arrivo degli Alleati che lo presero prigioniero e lo avviarono al carcere di Regina Coeli dopo una breve degenza presso l'Ospedale di Bagnoregio.
La notizia del processo contro Caruso ebbe ampia eco a Roma e presto sui muri della città iniziarono ad apparire scritte in rosso "Morte a Caruso". La notte del 18 Caruso fu trasportato al Palazzo di Giustizia e alloggiato in una piccola stanzetta dove era stata sistemata una branda. Qui richiese il permesso di lasciare la luce accesa per il resto della notte per poter leggere una Bibbia che gli era stata regalate dal cappellano di Regina Coeli ma gli fu vietato.
Il processo contro Caruso si sarebbe dovuto aprire ufficialmente il 18 settembre 1944, ma poco prima dell'inizio una folla invase l'aula del palazzo di Giustizia e non trovando Caruso nella sala, aizzato da Maria Ricottini che urlava di aver avuto un figlio ucciso alle Ardeatine se la prese con Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, presente in aula come testimone d'accusa. Carretta fu malmenato dalla folla e legato ai binari del tram per farlo stritolare ma il conduttore coraggiosamente bloccò il mezzo rifiutandosi di farlo proseguire. Carretta fu poi gettato nel Tevere, colpito a morte con un remo di una imbarcazione, e fu successivamente appeso a testa in giù all'entrata di Regina Coeli. Solo in seguito, secondo alcune fonti, si venne a sapere che in realtà la donna aveva mentito e oltre a non aver nessun parente morto alle Ardeatine, non aveva nemmeno figli. Il processo fu sospeso e ripreso due giorni dopo.

Il processo
Il processo dopo il linciaggio di Carretta era stato rinviato per riprendere due giorni dopo la sede fu spostata a Palazzo Corsini alla Lungara Il 20 settembre 1944 si svolse il breve dibattimento che vide Caruso processato insieme al suo segretario Roberto Occhetto. Tra i magistrati si trovava anche Mario Berlinguer, padre del futuro segretario del PCI. Le accuse contro Caruso riguardavano il collaborazionismo, la violazione della basilica di San Paolo e la partecipazione alla stesura della lista di ostaggi fucilati alle Fosse Ardeatine.
Nel corso del processo Caruso rivendicò la propria adesione al Fascismo e richiestogli per quale motivo fosse diretto verso il nord ribadì "La mia fuga da Roma deve essere interpretata come un'ulteriore adesione al fascismo repubblicano". Furono fatti poi entrare tutti i testimoni dell'accusa. Tra i primi ad essere citato fu l'ex direttore del carcere Donato Carretta al cui nome il presidente del tribunale replicò "C'è l'atto di morte".
L'avvocato difensore di fiducia Francesco Spezzano tentò di ottenere un rinvio argomentando che non si può tenere un processo a soli due giorni dal drammatico linciaggio di Carretta e che è impossibilitato inoltre a far testimoniare i principali testimoni a discarico che si sono tutti trasferiti nei territori sotto l'autorità della Repubblica Sociale Italiana. La Corte si ritirò per esaminare le eccezioni sollevate dalla difesa ma alle 10.37 queste furono tutte respinte. A Caruso l'accusa chiese conto del quantitativo d'oro, gioielli e denaro rinvenuto nella sua vettura e Caruso replicò che si trattava di beni sequestrati e che era suo compito trasferirli nella disponibilità del ministero dell'interno che si trovava al nord.
Caruso fu chiamato anche a rendere conto dell'irruzione compiuta non dalla polizia ma dal reparto comandato da Pietro Koch nella basilica di San Paolo fuori le mura la notte fra il 3 e il 4 febbraio 1944 in cui era stata violata l'extraterritorialità della Santa Sede. Alle proteste dell'Osservatore Romano Caruso aveva replicato che a violare l'extraterritorialità erano state le autorità ecclesiastiche che avevano permesso di concentrare nella chiesa uomini e armi che presumibilmente svolgevano attività contro le autorità della RSI. Il giorno seguente le proteste del Vaticano Caruso aveva fatto pubblicare sul Messaggero le foto degli arrestati tra cui il generale Adriano Monti con ancora indosso l'abito talare.
Nel pomeriggio sfilarono i testimoni quasi tutti convocati dall'accusa. Per la difesa intervenne monsignor Antonio Tommaso Videmari che testimoniò come Caruso si fosse impegnato per ottenere la liberazione di un sacerdote ed avesse esteso la protezione anche ad altri ecclesiastici. Videmari parlò anche della lotta di Caruso contro i borsaneristi. La difesa cercò in ultimo di porre all'attenzione della Corte i problemi psichici presenti nella famiglia di Pietro Caruso senza, però, mai chiedere una perizia psichiatrica.[senza fonte]
Il mattino seguente Caruso fu condannato a morte tramite fucilazione alla schiena mentre Occhetto a trent'anni di prigione nonostante l'accusa avesse richiesto anche per lui la pena di morte. Nella sentenza di condanna a morte pronunciata dall'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il Fascismo si legge «il Caruso che pur ebbe a sentire la repugnanza di quanto gli si chiedeva, ritenne di conferire nelle prime ore del giorno con il Ministro dell'interno Guido Buffarini Guidi, alloggiato all'Albergo Excelsior". Secondo alcune testimonianze il colonnello John Pollock durante una pausa del dibattimento avvicinò Caruso e gli espresse rincrescimento per non poter fare nulla per aiutarlo e aggiungendo: "È stato un bravo poliziotto"

La fucilazione
Ricevuta la notizia della sentenza capitale Caruso scrisse un'ultima lettera alla moglie e invierà una copia del De Vita Christiana di Sant'Agostino alla figlia con la seguente dedica: «A te Vanina figlia mia bella e dolcissima questo libro di consigli e di preghiere che mi hanno fatto affrontare con serenità e con la fede in Cristo anche l'estremo supplizio. Iddio ti benedica. Roma 22 settembre 1944.
Giunto sul luogo dell'esecuzione Caruso rifiutò di farsi portare a braccia ma si trascinò con le stampelle fino alla sedia. Fu invece aiutato a prendere posto sulla sedia, operazione che da solo gli risultava impossibile vista la gamba spezzata.
Pochi istanti prima della fucilazione Caruso gridò «Viva l'Italia» e subito dopo «mirate bene». Caruso fu giustiziato il 22 settembre 1944, due giorni dopo il processo, nel cortile del Forte Bravetta a Roma. Oltre al colonnello Pollock (in rappresentanza delle forze alleate) assistettero all'esecuzione il consigliere di Corte d'Appello addetto all'Alta Corte, Francesco De Scisciolo, e il cancelliere Bruno Moser, col medico delle carceri Mario Spallone.
Dopo essere stato condannato a morte Caruso scrisse l'ultima lettera alla moglie:
« La continuità della mia fede nel fascismo e nel Duce, attraverso tutte le tempeste, mi dà diritto di morire con serenità per aver compiuto in ogni istante della mia vita il mio dovere di soldato e di fascista con consapevole onestà e rettitudine. io porto con me le Vostre anime e Voi nel mio ricordo sorridete; così io continuerò ad essere felice in Voi e per Voi. Lascio in eredità l'unica cosa che posseggo immensa e inconsumabile, che io gelosamente o custodita e che Voi conserverete integra e cristallina: la fierezza di essere italiano »
(Pietro Caruso nell'ultima lettera alla moglie dopo aver appreso della condanna a morte)
Il Governo Italiano, il 23 ottobre 1946 indicò tra i nomi da deferire alla Procura Militare anche quello di Pietro Caruso in quanto componente del Tribunale Speciale della Dalmazia insieme al Generale Gherardo Magaldi e al tenente colonnello Vincenzo Serrentino


VIDEO
https://vimeo.com/79500753

http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma/t-d-s-il-linciaggio-di-donato-carretta/23265/default.aspx

Il Film GIORNI DI GLORIA (1945)
https://www.youtube.com/watch?v=0LUlvqqYaw8

Secondo Pierangelo Maurizio, attento conoscitore di una della pagine più buie della Resistenza, il direttore di Regina Coeli fu ucciso perché «era un testimone scomodo dei maneggi avvenuti intorno alle liste dei detenuti politici mandati al massacro delle Fosse Ardeatine». Lo spiega in questa intervista citando un eccezionale documento che chiama in causa i vertici del PCI. Ma non è l’unica rivelazione, perché è tutta la vicenda dell’azione in via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine a essere punteggiata da una sequenza di omissioni, sviste e verità negate. Dal marzo 1944 fino ai giorni nostri.

Federigo Argentieri
Pierangelo Maurizio

A: E'  stato quindi linciato un fiduciario del PSIUP?
M: La vera storia di Carretta, spaventosa, è questa: Carretta è il tipico funzionario della Stato che dopo l’8 settembre ha capito chi saranno i vincitori e i vinti e si mette a disposizione del CLN. Il suo filo diretto – ed è lì il suo errore – non è con esponenti comunisti, ma con Alfredo Monaco, che è il medico del carcere ed è uno degli esponenti di maggior spicco del Partito Socialista. Dall’ottobre 1943 Carretta si mette a disposizione del CLN e in particolare del Partito Socialista, tant’è che è lui a consentire la così detta evasione di due futuri presidenti della repubblica, Saragat e Pertini. Viene organizzata da Monaco con la moglie e dalla struttura socialista, credo che ci fosse anche Giuseppe Gracceva, comandante militare delle Brigate Matteotti e anticomunista sfegatato. La vedova Monaco mi raccontò poi come salvarono anche Gracceva, quando fu preso dai nazisti, facendolo scappare grazie alla complicità della famiglia Carretta. Insomma, dalle testimonianze dei Monaco viene fuori il ruolo decisivo di Carretta: contribuisce a far scappare Pertini, Saragat e altri cinque socialisti grazie a dei falsi fogli di scarcerazioni.
A: Tutto questo prima dello sbarco di Anzio?
M: Poco dopo. Lo sbarco avvenne il 22 gennaio, la fuga da Regina Coeli ebbe luogo nel tardo pomeriggio del 24 gennaio. Carretta, che si accorse che gli ordini di scarcerazione erano falsi – secondo la testimonianza dei Monaco –, non solo dette seguito alle disposizioni ma si affrettò a scarcerarli prima che scattasse il coprifuoco. Ma tutto ciò avrebbe rappresentato un grosso problema nel percorso di demonizzazione di Carretta. Al processo per il linciaggio di Carretta, Saragat andò a testimoniare descrivendo il legame di Carretta con la Resistenza. Pertini invece non si presentò perché l’atto di citazione fu inviato a un indirizzo sbagliato.
A: Dunque potrebbe non averlo ricevuto?
M: Ho molti dubbi, anche perché poi Pertini non spese mai una parola in difesa di Carretta. Al linciaggio fisico seguì negli anni successivi un linciaggio morale a fasi ricorrenti; quando conobbi il figlio, era impegnato a far querele o a minacciarle per cercare di ristabilire la memoria storica del padre. Il linciaggio morale fu messo in atto soprattutto dall’”Unità” e dai giornali comunisti. E quando non si riuscì ad attribuirgli alcuna responsabilità come aguzzino di Regina Coeli ci si inventò un ruolo di torturatore nel carcere di Civitavecchia, che lui aveva diretto; ma neanche lì emersero testimonianze che dimostrassero un accanimento verso i detenuti politici. Quindi anche Carretta fu spazzato da quell’opera di pulizia volta a rimuovere ogni ostacolo sulla via della costruzione del mito di via Rasella come un mito fondante della Resistenza.
A: Abbiamo appurato che Carretta era un fiduciario del Partito Socialista, per cui non era neanche anti CNL…
M: Assolutamente no.
A: Si era messo a disposizione del Partito Socialista e pagò con la vita perché poteva portare testimonianze scomode. Anche l’episodio del linciaggio è oscuro. La donna che lo additò alla folla non fu mai identificata.
M: No. Furono presi sette “poveracci”. Una in particolare, la Ricottini, era una donna mentalmente instabile e aveva effettivamente accusato Carretta ma non fu lei a dare il via al linciaggio. Accusò Carretta di aver fatto portare dai tedeschi il figlio alle Fosse Ardeatine per essere fucilato. In realtà quel ragazzo non c’entrava nulla con le Fosse Ardeatine: fu sì fucilato dai tedeschi ma insieme a un altro tedesco perché ritenuti responsabili di violenza sessuale ai danni di una donna. Il processo finì in una beffa, nel senso che i presunti responsabili furono condannati a sette anni di carcere, poi in buona parte amnistiati. Il processo non fece alcuna luce su tutta una serie di personaggi – a partire dalla donna che funse da innesco – che misero in atto il linciaggio. Perché in qualche modo la folla fu aizzata, fu spinta, fu organizzata. Insomma, gli ispiratori sono rimasti sempre nell’ombra.
A: Ma c’erano?
M: Sì, basta leggere le carte del processo. Così come si evince che c’erano dei personaggi riconoscibili tra la folla.
A: Quando si tenne il processo?
M: Due anni dopo i fatti, nel 1947. Ma non si svolse in un’atmosfera serena. Da una parte la grancassa dei giornali legati al Partito Comunista continuò nell’opera di criminalizzazione di Carretta, per farlo passare come aguzzino di detenuti politici. Dall’altro il processo vero e proprio, che non volle investigare a fondo i momenti nevralgici di quanto accaduto e le responsabilità esterne a quelle della folla. E dire che tutto avvenne sotto l’occhio delle cineprese. La tragica sequenza fu girata dal Psychological Warfare Branch e a coordinare – credo ci fossero quattro operatori con altrettante cineprese – c’era Luchino Visconti, il mostro sacro del cinema italiano.
Il linciaggio di Carretta fu particolarmente macabro perché fu quasi una sorta di prova generale della messa in scena di piazzale Loreto a Milano. Il cadavere venne appeso a testa in giù a una grata di Regina Coeli, quasi sotto gli occhi della moglie, che fu fermata e trattenuta poco prima dalla moglie di Monaco. Avvenne tutto nell’arco di un paio d’ore, sotto gli occhi delle cineprese di Visconti. Ma il filmato completo è ancora custodito a Londra e a Washington e non è accessibile.
A: Con quali motivazioni non è accessibile? Lei ha provato a rintracciarlo?
M: Non ho provato io direttamente, ci ha provato il figlio di Carretta quasi vent’anni fa: gli risposero che era in restauro, dopo di che non se ne è saputo più nulla. Spezzoni di quelle riprese furono utilizzate per un film che poi fu ritirato dalle sale cinematografiche, dal titolo Giorni di Gloria, di Giuseppe De Santis. Anche nell’Italia post-resistenziale fu ritenuto un po’ troppo crudo…
Il figlio di Carretta cercò invano di avere una copia di questi filmati. Visconti trovò il modo di non testimoniare al processo per il linciaggio di Carretta. In pratica mandò un suo collaboratore il quale si sedette davanti ai giudici e disse: «il conte non può venire perché è impegnato. Ha mandato me ma non c’è nulla da aggiungere oltre a quello che avete già potuto vedere dalla pellicola visionata».
Visconti sicuramente filmò anche la fucilazione di Pietro Koch, che a mio avviso è un altro personaggio da inserire nella lista dei testimoni eliminati. Non perché Koch non avesse responsabilità, figuriamoci. Ma è tutta la sequenza che lascia qualche dubbio. Carretta fu eliminato – pur essendo soltanto un testimone – all’inizio del processo Caruso. Caruso venne fucilato, in una Roma ormai liberata, con degli addebiti che rispetto alla responsabilità personale nella compilazione delle liste dei detenuti da mandare alle Fosse Ardeatine non erano cosi pregnanti. Altri personaggi dell’ufficio politico della questura di Roma ebbero sicuramente un ruolo più diretto e decisivo in quella scelta.
Ma assolutamente stupefacente fu la fine di Koch. L’Alta Corte di Giustizia di Roma, dove il padre di Enrico Berlinguer, l’avvocato Mario Berlinguer, rappresentava l’accusa, mandò a morire Caruso nel giro di poche udienze. Pietro Koch, sempre con Berlinguer senior come pubblico ministero, fu condannato a morte nel giugno 1945: processo, sentenza ed esecuzione si consumarono nell’arco di poco più di ventiquattro ore. Koch, che sicuramente poteva essere definito un aguzzino e un torturatore, avrebbe però potuto e dovuto rispondere a una domanda specifica che ci riporta a via Rasella e alle Fosse Ardeatine. E cioè, perché il reparto più feroce della polizia fascista si era specializzato nella caccia di componenti di Giustizia e Libertà? Dei 50 della lista della questura di Roma la maggior parte erano di Giustizia e Libertà, che dal punto di vista della capacità militare non rappresentava una seria minaccia per la forza di occupazione tedesca (erano insegnanti, artigiani, sarti, tecnici).
Visconti girò tutta la scena della sua fucilazione a Forte Bravetta e a me sembra che il suo sia stato un atto di vigliaccheria. Indipendentemente dalle colpe, Koch di fatto aveva salvato la vita a Visconti: sì, perché Koch lo aveva arrestato e poi rimesso in libertà per intercessione di Maria Denis, un’attrice dell’epoca. La presenza di Visconti sulla scena del linciaggio di Carretta e poi alla fucilazione di Koch pone dei problemi sul ruolo degli intellettuali in Italia a guerra appena finita.
A: Visconti era un rigoroso militante del Partito Comunista, di grande affidabilità.
M: Infatti non ha mai detto una parola su questi fatti.
A: Caruso fu fucilato quanto tempo dopo il processo del settembre del 1944? E poi, prima Caruso e dopo Koch?
M: Prima fu ucciso Caruso, il 23 settembre 1944 e – ricordiamolo – il linciaggio di Carretta è del 18 settembre. Sulle cosiddette Alte Corti di Giustizia o le Corti di Assise Straordinarie ci sarebbe da fare un discorso a parte perché erano tribunali politici a tutti gli effetti. Diciamo che grazie alla saggezza, forse un po’ tardiva, della Democrazia Cristiana e probabilmente anche del PCI di Togliatti, durarono poco, lo spazio di qualche mese.
Comunque, tra i processi celebrati a Roma dall’Alta Corte di Giustizia, quello a Koch fu sicuramente quello più breve e il più inspiegabile e inaccettabile. Per questo mi chiedo se in questi due casi non si sia colta, oltre all’occasione di somministrare una giustizia esemplare, anche l’occasione per far sparire dei testimoni scomodi. Tanto più che nelle carte del processo Caruso messe a disposizione per il processo Koch, emergevano altre possibili direttrici della giustizia. Nelle carte del processo Caruso ho trovato l’elenco, proveniente dalla questura di Roma, con i nomi dei 50 e accanto l’appartenenza politica. Se quel documento fosse stato reso pubblico allora e fosse stato oggetto del dibattimento, si avrebbe avuta l’esatta cognizione degli effetti dell’eccidio delle Fosse Ardeatine sulla Resistenza romana. Questo documento, trovato nella questura di Roma dagli americani il 12 luglio 1944 e da loro trasmesso all’Alta Corte di Giustizia, onestamente a me fa impressione. Dalla Corte fu invece completamente ignorato.
A: Carretta doveva essere linciato?
M: Certo. L’autopsia di Carretta è spaventosa, mi pare vengano conteggiate oltre ottanta ferite, la maggior parte subite quando era ancora in vita, tra cui l’esplosione del bulbo oculare. Fu un’autentica mattanza. Il linciaggio avvenne almeno in tre o quattro fasi, in cui avrebbe potuto essere salvato, e invece si lasciò libero spazio alla folla.


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